città (oppure Deserto)/ 3.
Il pio crimine di Antigone fra psicoanalisi e politica.

“(Ismene): …Agire al di là dei propri limiti è assolutamente demente.
(Antigone): Non cercherò più il tuo aiuto e anche se in futuro ti deciderai ad agire, non gradirò la tua collaborazione. Resta pure quale vuoi essere: è bello per me morire in questa impresa. Cara a lui che mi è caro giacerò, per un pio crimine.”[1]
Attribuendosi quello che lei stessa chiama ‘crimine’, Antigone usa un verbo che in greco antico indica l’ingannare, il banalizzare, il fare il furbo: e nell’ossimoro del testo, ‘pio’ è un attributo degli dèi che non fanno errori, al contrario degli uomini che devono continuamente pentirsi. Lo stesso Creonte, pur sovrano di Tebe, dovrà infine dolorosamente pentirsi.
Quanto ad Antigone - “questa vittima così terribilmente volontaria”, come la definisce Jacques Lacan[2] - Antigone arriva a rendere attraente (perfino desiderabile!) la perversione che lei stessa introduce nella città.
Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio – 12 agosto 2026
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[1] ‘Sofocle. Antigone’, Biblioteca Universale Rizzoli RCS Libri Spa (2000) vv.68-74, p.65
[2] ‘Jacques Lacan. Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi 1959 – 1960’. Testo stabilito da Jacques-Alain Miller. Traduzione di Maria Delia Contri. Edizione italiana a cura di Antonio Di Ciaccia/ p. 290