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Soluzioni costruttive.

Un intervento di Marco Ruffilli a Milano, 9 novembre 2019

Nella foto, particolare del glkhatun (XIII secolo d.C.) nel Monastero dei Santi Apostoli (Surb Arakelots Vank) presso Kirants (provincia del Tavush, nord dell'Armenia).

 

 

Un intervento di Marco Ruffilli[1] a Milano, nel corso dell’annuale (XXIII) Seminario Armenistico Italiano dell’Associazione Culturale Padus-Araxes (MIlano, 9 novembre 2019).

 

 

Circondati come spesso siamo dai ‘già detto’, non facilmente riconosciamo l’inedito, reale novità.

Non solo una singolarità dell’architettura medioevale, e oltre, ha presentato Marco Ruffilli lo scorso 9 novembre a Milano[2], nel suo ricco intervento: perché lavorando sui testi e i documenti prodotti da Giulio Ieni[3], studioso colto e poliedrico che si rammarica di non aver potuto conoscere di persona, Marco Ruffilli ha individuato un tema significativo, tuttora in parte trascurato che riguarda il glkhatun armeno (o darbazi georgiano), “caratteristica soluzione di copertura di un vano quadrato […] risolta mediante un sistema di lastre in pietra o, assai più spesso, di tavole lignee e travi che, sovrapposte sfalsate con un progressivo aggetto, disposte in parallelo o ruotate ad angolo di 45°, riducono la luce d’imposta attraverso orizzontamenti successivi, restringendola gradualmente verso l’alto”[4].

Una soluzione escogitata dalle maestranze balcaniche e transcaucasiche, rinomate per la loro competenza nel costruire, ma “rarissima nel mondo bizantino” e che perciò “sconta una fama periferica e popolare”, ha spiegato Ruffilli.

“Intendiamo soffermarci in questa sede [...] su qualche [...] esempio balcanico mal conosciuto – insiste Giulio Ieni – e che pure presenta coperture siffatte: la chiesa di Agios Theodosios [XII sec.] presso Panariti in Argolide, Grecia, quella di Shën Gjrgji [XVI-XVII sec] a Dema in Albania, e la singolare cucina  (magernica) [ante XIX sec.] del monastero di Rila, nella Bulgaria occidentale”[5].

Continua Ieni: “Si tratta di una soluzione ingegnosa che risponde appieno all’esigenza funzionale contingente con un rigore geometrico e un’eleganza formale del tutto esemplari.

Anche in questo caso [delle cucine, n.d.A.], tuttavia, non è chiaro quale potesse essere il prototipo d’origine, dal quale doveva derivare una configurazione generale tanto evoluta e, pur sempre, isolata nella produzione architettonica locale. Non certamente dall’antica tradizione tracia, che dobbiamo anzi considerare obiettivamente perduta con le invasioni slave e proto-bulgare nella penisola balcanica; non dalla tradizione bizantina od ottomana, in cui ambienti similari venivano solitamente coperti mediante una calotta sferica o una volta conica provviste di uno sfiatatoio in chiave; forse dalla pratica costruttiva moldo-valacca che ricorreva talora a realizzazioni analoghe, seppure più modeste, come nel caso della cucina del monastero di Văcăreşti a Bucarest, XVII-XVIII secolo […]”[6].

“Donde provenga un simile procedimento tecnico, del tutto eccezionale in ambito bizantino, ove era invece generalizzato il ricorso ai pennacchi sferici per ogni possibile raccordo fra quadrato di base e cerchio d’imposta, non è affatto semplice, al momento, definire con esattezza”[7].

D’altra parte l’oggetto architettonico non occupa solo il posto di soluzione contingente ma anche di prototipo per ideazioni future[8]: il lavoro umano, traducendo la realtà in ‘reale’, rendendola cioè fruibile, si fa oggetto che può essere osservato soppesato superato. È "il tema – spiega Ruffilli – dell'architettura ‘raffigurata’, che Ieni affronta considerando sia la presenza del modello della chiesa all’interno della scena votiva [...], in una dimensione dunque meta-artistica (arte che raffigura altra arte), sia la funzione pratica del modello nella prospettiva dell’artefice”.

In un articolo recente, Ruffilli ha esaminato le origini critico-filosofiche della metafora del cristallo utilizzata da Cesare Brandi per illustrare l'architettura armena[9]. Brandi ribadisce nel 1968 la relazione storica tra architettura europea medioevale e architettura armena − da altri in quegli anni ridimensionata − sulla base “di un rapporto, che anche storicamente ci fu all’epoca delle Crociate, quando l’Armenia era l’unico stato cristiano che sovvenisse ai crociati”[10].

“La metafora [...] del cristallo [...] rende ragione della particolare volumetria delle chiese armene […] e sicuramente possiede un pregio evocativo tale da richiamare subito l’accuratezza della struttura e la perfezione delle forme”[11]. Brandi vi ravvisa un'astrazione alla quale del resto, nella teoria dell'arte, già Wilhelm Worringer aveva attribuito "il compito primario di rappacificare l’uomo con la natura, facendosi criterio d’ordine, di sistemazione nello spazio, tale da non lasciare margini d’inquietudine”[12].

Allo stesso modo, per indicare la densità delle questioni che pone il khatchkar – la tradizionale stele con la croce scolpita, diffusa nei territori tradizionalmente abitati dagli Armeni e talvolta installata anche in diaspora[13] – Giulio Ieni afferma che “bisogna ricorrere ai parametri del pensiero arcaico che contraddistinguono perennemente vaste zone dell’umano”[14].

Ed è qui, a mio avviso che lo studioso attinge ragionevolmente all'esperienza onirica neonatale, quella che fonda i costrutti mentali delle età successive e i pensieri strutturati dal linguaggio : secondo sentieri trascurati dall’inconscio e sfuggiti al consapevole, ma non imperscrutabili perché presenti e fruibili nella meta che offrono.

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 8 febbraio 2020

 

 

[1] Marco Ruffilli è laureato in Lettere Classiche all'Università degli Studi di Milano e in Lingue e Culture del Mediterraneo e del Medio Oriente all'Università Ca' Foscari di Venezia. Svolge un dottorato di ricerca all'Università di Ginevra e ha ideato il Seminario sull'Arte Armena che ha luogo ogni anno accademico presso l'Università Ca' Foscari.

[2] Nel corso dell’annuale (XXIII) Seminario Armenistico Italiano dell’Associazione Culturale Padus-Araxes.                                  

[3] Giulio Ieni (1943-2003), archeologo, storico dell'arte e dell'architettura, ha dedicato i suoi studi soprattutto al mondo bizantino, balcanico, armeno e georgiano, oltre che ad alcuni complessi monumentali del Monferrato.

[4] G. Ieni, Alcune soluzioni costruttive fra Armenia e Regione Balcanica, "Bazmavep. Revue d'études arméniennes" 3-4 (1981), pp. 412-423, poi in Giulio Ieni (1943-2003). Il senso dell'architettura e la maestria della parola, a c. di C. Devoti, A. Perin, C. Solarino, C.E. Spantigati, Edizioni dell'Orso, Alessandria 2015 (Fuori Collana, 149), pp. 65-73: p. 65.

[5] Ivi, p. 70.

[6] Ivi, p. 72.

[7] Ivi, p. 71.

[8] G. Ieni, La rappresentazione dell’oggetto architettonico nell’arte medievale, con riferimento particolare ai modelli di architettura caucasici, in Atti del I Simposio di Arte Armena (Bergamo, 28-30 giugno 1975), a c. di G. Ieni & B.L. Zekiyan, Tipografia Armena di San Lazzaro, Venezia 1978, pp. 247-264.

[9] M. Ruffilli, Una fortunata metafora di Cesare Brandi: le «chiese di cristallo» degli Armeni, “Venezia Arti” 27 (2018), pp. 131-139.

[10] C. Brandi, Una mostra di architettura medioevale a Roma. Le chiese di cristallo. Gli edifici armeni costruiti intorno al decimo secolo presentano assonanze con l’edilizia sacra romanica e gotica – Un catalogo che stimola le polemiche,  "Corriere della Sera", 5 luglio 1968, p. 3. È la recensione che Brandi fece della mostra fotografica di edifici armeni (Roma, 10-30 giugno 1968), allestita per documentare i risultati della missione in Armenia dell'Università La Sapienza.

[11] Ruffilli, Una fortunata metafora di Cesare Brandi..., cit., p. 132.

[12] Ivi, p. 134.

[13] Così anche a Milano, in piazza Sant'Ambrogio. Queste stele sono un vero simbolo dell'identità armena, a tal punto che quelle del cimitero di Giulfa, nell'exclave azera del Nakhicevan, sono state oggetto, per ordine delle autorità dell'Azerbaigian, di una distruzione sistematica tra il 1998 e il 2005.

[14] G. Ieni, "L’arte dei Khatchkar", introd. a Id., Khatchkar: croci di pietra armene/Armenian Cross-Stones/Croix en pierre arméniennes, cat. della mostra, s.n., Venezia 1981, ora in Giulio Ieni (1943-2003)..., cit., pp. 75-83: p. 81.