Loading color scheme

Il dibattito pubblico, anche culturale, teatrale, cinematografico secondo l'ottica economica del giornalismo freudiano.

città (oppure Deserto)/ 2.

il giudizio che precede la difesa.

 

 

 

 

 

“…lo psicoanalista tratta con tutti ma non con i furbi (J. Lacan li chiamava ‘canaglie’).”[1]

 

 

C’è un giudizio che precede la difesa, anche nevrotica: è a questo giudizio che il pensiero accede quando la difesa si rivela insufficiente, cioè nevrotica.

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio - 3 agosto 2026

TutorSalus.net - Giornalismo freudiano

 

Foto di Edelweiss Deiana

 

 

[1] Cit. da THINK!, di Giacomo B. Contri/ sabato 11 – domenica 12 maggio 2013 ‘Nevrosi perversione Cristianesimo’.

 

città (oppure Deserto)/ 1.

perfino la rimozione è una difesa, debolissima.

 

  

 

“E’ risaputo che abbiamo ridato alla perversione il suo diritto di cittadinanza.”[1]

 

Senza nemmeno nominarla, la debolissima difesa della rimozione nevrotica viene chiamata in causa: la perversione se ne ride del partner e del legame (e la perversione non esiste per gli dèi).

Dunque la difesa. 

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio – 25 luglio 2026

TutorSalus.net - Giornalismo freudiano

 

Foto di Edelweiss Deiana

 

 

[1] Cit. da ‘Jacques Lacan. Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi 1959 – 1960’. Testo stabilito da Jacques-Alain Miller, traduzione di Maria Delia Contri, a cura di Antonio Di Ciaccia/ p.229

…Maddai?

Antigone e la democrazia.

 

In foto: Ismene si rivolge alla sorella Antigone, all’inizio dell’opera: “Dove va il tuo pensiero ?”/ screenshot condiviso da https://www.youtube.com/watch?v=QkrbTNAtC7Q  // ‘Antigone’ di Sofocle[1], regia di Robert Carsen[2] per la Stagione 2026 Teatro Greco di Siracusa/ Fondazione I.N.D.A.

 

 

Antigone fu la prima opera di Sofocle, ed ebbe subito un successo che tuttora supera opposte posizioni politiche: il vasto consenso che questo tragico personaggio ha sempre raccolto[3] ha dell’incredibile. Eppure Antigone mantiene la posizione dell’uomo vecchio – Antigone è colei che ‘ si oppone al generare’ – bassa faccenda dell’umanità che non riguarda gli dei e le loro immutabili leggi – ed infatti già la trovavamo abbarbicata al suo affetto per un passato non più collegabile alla realtà.

“Un desiderio mi vince… di vedere la casa sotterranea… di nostro padre, ahimè.”[4] Antigone confessa alla sorella Ismene il suo ‘desiderio’ dopo che il padre Edipo, secondo il proprio volere ed il favore degli dei, era scomparso al mondo senza lasciare traccia nei pressi di Colono, dove Antigone era giunta esule da Tebe, sorreggendo il cieco padre che da tempo si era proclamato ‘non responsabile’ dei delitti pur da lui commessi, giustificando il crimine con un non sapere’ che faceva e contro chi: erano stati gli dei a destinarlo, e lui aveva loro obbedito.  Antigone se ne fa orpello affezionato e fedele, ma insensato.

“Dove va il tuo pensiero ?”[5] chiede Ismene alla sorella fin dalle prime battute di ‘Antigone’: Antigone le ha proposto di unirsi a lei per disobbedire alla recente legge del sovrano Creonte che impone di non onorare in alcun modo – pena la morte – il corpo di Polinice, figlio di Edipo e fratello di Antigone e di Ismene, ucciso in battaglia dal suo stesso fratello Eteocle mentre tentava di impossessarsi del trono di Tebe, da cui Edipo era stato scacciato ed occupato ora da Creonte, fratello della loro madre Giocasta. Ismene, ‘colei che sa, che ha mente’ interroga il pensiero di Antigone che scarta la realtà, innamorata di chi non c’è più: nemmeno il Coro, che fino alla fine resta a compiangere Antigone, sa fare meglio di Ismene.

Ed è il contrasto di Ismene che preferisce obbedire a Creonte, rappresentante del Governo e della Legge, ad amplificare la portata dell’ingenuo eroismo di Antigone, con una enfasi al tragico - ma possibile - distacco fra un affetto oscuro, l’innamoramento che si fa sovra umano, ed il diritto, che alla realtà riconosce la fonte della vita che gli dei disprezzano.

E’ questo contrasto il vero protagonista che si fa posto in scena, eppure inconoscibile, dimesso, perfino sornione che Sofocle sa maneggiare per incantare il pubblico. “Io sono fatta per condividere l’amore, non l’odio”[6], proclama Antigone al tiranno Creonte: un amore arrestatosi all’innamoramento che precede le tragedie.  E qui il testo di Sofocle usa la contrapposizione di due verbi che nel greco antico non indicavano né amore né odio, ma un sentimento irrelato e fluido che sa trascinare l’ascoltatore.

Il detestabile, odioso Creonte comprende inequivocabilmente l’affezione di Antigone, ma ugualmente esprime la  impossibilità ad accontentarne il volere, pena la credibilità di quel Governo e la sua stessa esistenza: “A chiunque la città abbia affidato il potere, a costui si deve obbedienza nelle cose piccole e grandi, giuste o non giuste… Non c’è male più grave dell’anarchia, che rovina le città, turba le famiglie, spezza i ranghi e provoca la fuga nel corso della battaglia.”[7]

È sicuramente una società dispotica quella in cui Ismene ed Antigone si muovono ma, e se fosse una democrazia?

Ecco, proprio la democrazia fa di ‘Antigone’ un test non indifferente sul consenso alla ribellione: consenso perfino sociale visto che ‘Antigone’ se ne è avvalsa nei secoli, e da parte di schieramenti opposti. Antigone piace agli dei, e gli dei disprezzano la realtà.

Ma ancora oggi l’impassibile, inquietante Sofocle ci chiede, e proprio attraverso Ismene, la sorella che sa e che resta a lato : perché scartare la realtà - e dunque il ‘reale’ – che proprio dalla realtà trae il principio del generare, principio di piacere ?

Altrimenti non c’è che Imago.

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 28 giugno 2026

TutorSalus.net - Giornalismo freudiano

 

 

[1] Sofocle (Colono 496 a.C. – Atene 406 a.C.) fu uno dei tre drammaturghi più apprezzati della Grecia antica, insieme ad Eschilo e ad Euripide. Nella Tragedia introdusse il terzo attore ed incrementò la composizione del Coro che divenne con lui più spettacolare. Il suo protagonista è drammatico a tutto tondo, con una più accentuata umanità. Portò in Teatro anzitutto ‘Antigone’ (442 a.C.), ‘Edipo Re’ (425 a.C.), ‘Elettra’ (410 a.C.), ‘Edipo a Colono’ (401 a.C., rappresentata postuma). Fu amico di Pericle ed impegnato in politica, con vari importanti incarichi.

[2] Robert Carsen nasce a Toronto (Canada) nel 1954 e fin da bambino dimostrò una grande passione per il teatro: iniziò studiando recitazione, ma a vent’anni si trasferì in Inghilterra per proseguire gli studi nella regìa, ottenendo così il suo primo posto di lavoro come assistente alla regìa al Festival di Spoleto (Italia) e contemporaneamente anche alla Royal Opera House di Londra, ciò che gli permise di collaborare a lungo col prestigioso Glyndebourne Festival Opera; già impegnato come assistente alla regìa per la Canadian Opera Company, si distinse come scenografo nel 1987 con il National Ballet Canada presso il Grand Théâtre de Genève; fra le sue migliori realizzazioni ricordiamo: ‘L’anello del Nibelungo’ a Colonia, ‘Eugenio Onegin’ al Metropolitan Opera, ‘La Traviata’ al Teatro ‘La Fenice’ di Venezia, ‘Mefistofele’ alla San Francisco Opera, ‘Rusalka’ all’Opera Bastille di Parigi, ‘Il Cavaliere della Rosa’ al Festival di Salisburgo; in Germania ha diretto diverse opere di G. Puccini e di G. Verdi fino ad iniziare una collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano che prosegue tuttora; nel 2001 ha diretto il musical ‘Sunset Boulevard’; al Teatro Greco di Siracusa ha diretto ‘Edipo Re’ (2022) ed ‘Edipo a Colono’ (2025) di Sofocle. Ha ricevuto numerosi premi ed è stato insignito delle onorificenze dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia, 1996) e dell’Ordine del Canada (2006).

[3] ‘Jacques Lacan - Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi. 1959 1960’, Piccola Biblioteca Einaudi (2008) A cura di Jacques  Alain Miller, Antonio Di Ciaccia. 

[4] Cit. da ‘Edipo a Colono’, Sofocle (401 a.C.) BUR Fabbri Editori in ‘Antigone, Edipo Re, Edipo a Colono’ (2000) Trad.  e note di Franco Ferrari - pp. 399-401.

[5] Cit da ‘Antigone’, Sofocle (442 a.C.) BUR Fabbri Editori in ‘Antigone, Edipo Re, Edipo a Colono’ (2000) Trad.  e note di Franco Ferrari - p. 63.

[6] Cit. da  ‘Antigone’, Sofocle (442 a.C.) BUR Fabbri Editori in ‘Antigone, Edipo Re, Edipo a Colono’ (2000) Trad.  e note di Franco Ferrari - p.97.

[7] Cit da  ‘Antigone’, Sofocle (442 a.C.) BUR Fabbri Editori in ‘Antigone, Edipo Re, Edipo a Colono’ (2000) Trad.  e note di Franco Ferrari – pp. 107-109.

 

Strano.   

Il pittore Giovanni Fattori e la sua 'macchia'.

In foto: dettaglio di un disegno preparatorio per i quattro grandi quadri sulle battaglie del Risorgimento che Giovanni Fattori presentò al concorso indetto per il Governo provvisorio toscano, e che l’artista vinse nel 1862 con ‘Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta'/ Tratto dalla mostra ’Giovanni Fattori. Il ‘genio’ dei Macchiaioli’, Piacenza/ Museo XNL 29.03 – 29.06.2025.

 

 

Una speciale capacità grafica contraddistingue Giovanni Fattori[1]: che la pittura a cui successivamente si applicò non riesce ad annacquare, né a ridurre. Chiamato a vivere in un periodo in cui si combatteva per “una nazione non nata”[2] Fattori si avvicinò ben presto ai nascenti Macchiaioli[3] che s’incontravano al ‘Caffè Michelangiolo’ di Firenze, rendendosene rapidamente uno degli interpreti più singolari e di successo.

Per Fattori la ‘macchia’ cominciò infatti a delinearsi con l’arrivo a Firenze nel 1859 delle truppe francesi e del loro accampamento che l’artista, sposo novello di Settimia Vannucci, si fermava giornate intere ad osservare dal Pratone delle Cascine e le battaglie vere che si preparavano, le attese, la morte, la sofferenza: quel suo speciale graffiare il foglio trovava qui senso e passione, per affermare le scene brutali del film completamente reale che aveva davanti, e del suo stesso pensiero che su quel dolore poteva piegarsi e dire, descrivere, coi tratti aguzzi di cui era maestro. Ma Giovanni Fattori fu maestro anche del colore che i suoi quadri tuttora ci offrono, stemperando e rendendo accettabile quella sofferenza e solitudine cui assisteva compunto, dolore raffinatissimo a cui sapeva porgere una rara capacità di renderlo sublime, eletto.

La ‘sua’ macchia - unica fra i Macchiaioli - è indifferentemente uomo, donna, animale, senza espressioni, fino a ‘popolo’ che con Fattori incontra reale significanza perchè cade ‘chi l’altro sia’: fanno paesaggio le donne - fra cui la moglie ed un’amica comune – ne ‘La rotonda di Palmieri a Livorno’ del 1866, così come ‘I bovi al carro’ del 1868. Una ‘gayetè’ nella ‘tristesse’ che lo rendeva affascinante al pubblico e consumabile: Fattori ebbe moltissimi amori.

E forse proprio i ritratti, alcuni dei quali lo seguivano nei suoi trasferimenti, restano la sua opera più incomprensibile e segreta, vere caricature e ‘macchia’ dell’umano, poco somiglianti ma tanto romantiche e pur realistiche, nell’affettuosità sorridente che sanno suscitare. Soltanto negli autoritratti Fattori non fa ‘macchia’, è strano.

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 6 novembre 2025

TutorSalus.net - Giornalismo freudiano

 

 

[1] Giovanni Fattori (Livorno 1825 – Firenze 1908) fu pittore ed incisore italiano: allievo vivace e svogliato della Accademia di Belle Arti di Firenze, come egli stesso ammetteva si avvicinò alla tecnica pittorica della ‘macchia’, ma non apprezzò l’Impressionismo. Vinse molti premi fra il 1870 ed il 1890 ed il suo ‘Il Quadrato di Villafranca’, ammirato dal re Umberto I, fu acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 1880 fu nominato Professore onorario dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e chiamato a partecipare a prestigiose mostre in tutta Europa. I suoi quadri sono presenti al Museo civico ‘Giovanni Fattori’ di Livorno, alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze, ed alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma.

[2] Cit. dalla presentazione della mostra di Piacenza ‘Giovanni Fattori. Il ‘genio’ dei Macchiaioli’, Museo XNL 29.03-29.06.2025.

[3] Macchiaioli furono a Firenze un gruppo di artisti, critici nei confronti degli insegnamenti dell’Accademia: anzitutto Diego Martelli ed Adriano Cecioni, i quali già nel 1855 - ben prima degli Impressionisti francesi - avevano elaborato una teoria e una tecnica in cui la luce crea ‘macchie’ di colore. Fu in occasione della loro prima esposizione del 1862, che la ‘Gazzetta del Popolo’ li denominò per la prima volta ed in modo un po’ irriverente ‘Macchiaioli’, anche se alcuni di loro furono realmente soldati in quegli anni bui. Fra gli interpreti più validi restano Odoardo Borrani, Silvestro Lega, Telemaco Signorini.

Cookies user preferences
We use cookies to ensure you to get the best experience on our website. If you decline the use of cookies, this website may not function as expected.
Accept all
Decline all
Analytics
Tools used to analyze the data to measure the effectiveness of a website and to understand how it works.
Google Analytics
Accept
Decline
Unknown
Unknown
Accept
Decline
Save