Loading color scheme

Transitivo. La questione di un transfert che non c’è.

Il mio primo manuale scolastico, “Roselline”[1] (qui in un’edizione recente) : un lavoro paziente e goduto anche dai più piccoli quello in cui si arrivano a riconoscere dettagli fondanti, in un disegno, in un testo, in un discorso.

 

 

Già nel 1910, in occasione del 'Congresso di psicoanalisi' svoltosi a Norimberga, Sigmund Freud segnalava la laboriosità dell'analista nell'appuntamento col paziente, e la concomitante disponibilità ad elaborare un vissuto che il paziente stesso può richiamare : confrontandolo con l'applicazione del paziente, Freud usò lo stesso termine - Übertragung - ma con segno contrario.

‘Gegenübertragung’ fu pertanto il nome di una questione, il contro-transfert, per mezzo del quale l’analista però arrivava ad affiancarsi alla patologia del paziente riconoscendola, cioè senza farsene contagiare : le nevrosi infatti, comunque sottaciute, restano un virus insensibile alla medicina. La pubblicazione dei Casi fu per Freud l’occasione di segnalare quanto fosse proficua la disponibilità dello psicoanalista ad elaborare il proprio vissuto su sollecitazione indiretta del paziente e pur nella cospicua laboriosità che l’umano, ogni volta, sperimenta.

Jacques Lacan non aggiunse molto di più su quel terreno accidentato da cui fece in modo di mantenersi distante: la difesa nel ‘linguaggio’ resta formale infatti, anzi espone ad un comportamentismo che impigrisce le nevrosi e può persino rafforzarle. Ma ne “Il rovescio della psicoanalisi”[2] Lacan si spinge fino ad ammettere, brevemente, una imprevedibile e sovvertitrice competenza da parte del paziente, peraltro già sperimentata da Freud.

E’ tuttavia con “Il pensiero di natura”[3] che l’appuntamento fra paziente ed analista esce nettamente dalla mistica di un oscuro ‘transfert’, ammettendo che di elaborazione si tratta, e con due partner consapevoli di occupare posizioni differenti. Niente affatto obbligatoria, la elaborazione è però richiamata dalla imprevedibile, ed auspicabile, caduta di quella ripetitività patologica che teneva nascosta la competenza del paziente nel dipanare già i primi nodi della sua sofferenza : senza disponibilità alla competenza, infatti, nessun lavoro procede e neanche il lavoro analitico con le sue regole[4].

E soprattutto, è la disponibilità ad essere richiamati dalla competenza a rendere inutile zavorra la questione ‘transfert’ / ‘contro-transfert’ che non prevede lavoro, né dalla parte del paziente nè dalla parte dell’analista.

Senza questo passaggio ‘tecnico’, il ritorno al ‘transfert’ è un regresso insidioso che pone ostacoli non indifferenti alla cura.

 

                                                  Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 10 marzo 2021.

 

[1] “Roselline. Per muovere i primi passi nel disegno”, Rosella Banzi Monti – Edizioni Larus Srl.

[2] “Il rovescio della psicoanalisi – Il seminario Libro XVII. Jacques Lacan”, postfazione di Jacques-Alain Miller – edizione italiana a cura di Antonio Di Ciaccia, Giulio Einaudi editore Spa (2001).

[3] “Il pensiero di natura. Dalla psicoanalisi al pensiero giuridico”, Giacomo B. Contri (1994 e 1998) SIC Edizioni.

[4] “La formazione dello psicoanalista”, Giacomo B. Contri in ‘THINK!’ 10-11, 12, 15, 17-18, 19, 21 maggio 2014.