Habeas corpus[1]
Ovvero, ‘Di cosa sono imputato ?’ Hans Kelsen e Aung San Suu Kyi.
In foto: le sbarre della rimozione sono ostinatissime, ma aggraziate e molto decorative.
Lo spunto per questo breve articolo mi è stato offerto dalla lettura di due interessanti, agili manuali. Si tratta di ‘Lineamenti di dottrina pura del diritto’[2], di Hans Kelsen e di ‘Liberi dalla paura’[3] di Aung San Suu Kyi. Entrambi gli autori parlano di giustizia, di diritti, e di diritto.
‘Giustizia’ è, a mio parere, uno dei pensieri più precoci in un bambino e fin dalla nascita : è la sua sanzione verso ciascuno degli altri con cui si trova a trattare; giudizio di gradimento o di non gradimento verso quanto riceve, cioè l’offerta della realtà. Ed è grazie a questo precoce giudizio di ‘giusto’ o di ‘non giusto’, ‘soddisfacente’ o ‘non soddisfacente’ che ogni bambino può elaborare anche il rapporto con ciascuno dei ‘suoi’ altri.
Rapporto tuttavia che, a differenza di quanto avviene per gli adulti, un bambino ritiene indispensabile alla sua stessa vita : molto difficilmente, infatti, egli riuscirà ad allontanarsi da un adulto che pure lo maltratti, se in qualche modo l’adulto riesca ad occuparsi di lui.
Quando poi un adulto si ponga nei confronti di un bambino come egli stesso maltrattato, da altri adulti o dalla ‘sua’ società, il giudizio anche sano di un bambino viene gravato di una ingiustizia subita dall’adulto e che egli però non sperimenta.
“Se si analizza un qualsiasi fatto considerato come diritto, per esempio una deliberazione parlamentare, un atto amministrativo, una sentenza giudiziaria, un negozio giuridico, un delitto, si possono distinguere due elementi : l’uno è un atto sensibilmente percepibile, il quale procede nello spazio e nel tempo, un accadimento esteriore, per lo più un comportamento umano, l’altro è un significato, uno specifico significato quasi immanente o aderente a quest’atto o accadimento… Da ciò risulta la necessità di distinguere il significato soggettivo da quello oggettivo di un atto. Il significato soggettivo può, ma non deve coincidere col significato oggettivo che spetta a quest’atto nel sistema di tutti gli atti giuridici, cioè nel sistema del diritto… Quando un’organizzazione segreta diretta a liberare la patria da gente pericolosa, condanna a morte un individuo da essa ritenuto un traditore, e fa eseguire da un uomo di fiducia ciò che essa stessa soggettivamente ritiene e chiama una sentenza di morte, questa è oggettivamente, cioè nel sistema del diritto oggettivo, non già un’esecuzione di una sentenza capitale, ma bensì un assassinio… quantunque l’aspetto esteriore di questo non si distingua per nulla dall’esecuzione di una sentenza capitale”[4].
Ed ecco cosa afferma Aung San Suu Kyi. “Dal momento che il rapporto fra paura e corruzione è tanto stretto, non può meravigliare che in ogni società in cui matura la paura, la corruzione si radichi profondamente in tutte le sue forme… Qualcosa di più che le difficoltà di costruirsi un tenore di vita appena accettabile aveva eroso la pazienza di un popolo tradizionalmente di buon carattere e acquiescente : l’umiliazione per un modo di vivere condizionato dalla corruzione e dalla paura… I Birmani si erano stancati di un precario stato di passiva apprensione…”[5]
“Quando si lavora nell’interesse nazionale non si deve portare fedeltà verso nessuna persona in particolare, né per obiettivi a breve termine. Rinunciate alle lealtà personali. Vorrei che continuassimo il nostro viaggio con sincera unità d’intenti e mente sgombra. Dico sempre alla gente di avere alte aspirazioni… le più alte possibili.”[6]
Ma pur considerando “le più alte aspirazioni possibili” che certo animano l’impegno sociale ed il sacrificio personale di Aung San Suu Kyi, il suo invito a “rinunciare” tout court al proprio giudizio, esperienza individuale di ‘giusto’ e di ‘non giusto’, di soddisfazione o di insoddisfazione, può rendere astratti i diritti così faticosamente conquistati.
Sottomissione e ribellione infatti sono il risultato fallimentare di quella stessa acquiescenza, individuale anzitutto e poi sociale come ricordava Aung San Suu Kyi, che ammette la “rinuncia” a pensare.
Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 18 giugno 2016
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[1] ‘Habeas corpus ad subjiciendum’ (trad. : ‘Che l’accusa abbia sostanza/corpo’ o letteralmente : ‘Che tu abbia il tuo corpo’) è un particolare tipo di ordine – in inglese ‘writ’ – detto anche ‘Great writ’, di importanza fondamentale nel sistema di diritto inglese : nel diritto delle origini, infatti, ogni suddito poteva essere soggetto ad una pluralità di giurisdizioni locali e signorili che potevano disporre anche fisicamente del soggetto. Il testo del mio Contributo è stato presentato in aula al Simposio ‘Chi può’, organizzato da ‘Società Amici del Pensiero – Sigmund Freud’ 2015 – 2016, 8°Sessione di lavoro 11 giugno 2016. Spunto per questo contributo è stato anche il film ‘Le ali della libertà’ (U.S.A. 1994) con Tim Robbins e Morgan Freeman e la regia di Frank Darabont, tratto da un racconto di Stephen King.
[2] ‘Lineamenti di dottrina pura del diritto’, Hans Kelsen 1934 – Piccola Biblioteca Einaudi (2016). Hans Kelsen (Praga 1881 – Berkeley/U.S.A. 1973) è stato un illustre innovativo giurista che ha criticato l’idea trascendente del diritto e della giustizia.
[3] ‘Liberi dalla paura’, Aung San Suu Kyi 1991 – Sperling Paperback (2012). Aung San Suu Kyi (Rangoon/Myanmar, ex Birmania - 1945) è figlia di Bogyoke Aung San, eroe nazionale birmano e leader nella lotta per l’indipendenza dal dominio coloniale inglese e dall’occupazione giapponese. Ha ricevuto il ‘Premio Nobel per la pace’ per la sua attività a favore dei diritti umani nel 1991, mentre si trovava agli arresti domiciliari in Birmania : il premio è stato ritirato dai figli Alexander e Kim.
[4] ‘Lineamenti di dottrina pura del diritto’, Hans Kelsen 1934 – Piccola Biblioteca Einaudi (2016), pp.48-50
[5] ‘Liberi dalla paura‘, Aung San Suu Kyi 1991 – Sperling Paperback (2012), pp.183-184
[6] ‘Liberi dalla paura‘, Aung San Suu Kyi 1991 – Sperling Paperback (2012), p.217 ‚‘Il ruolo del cittadino nella lotta per la democrazia‘, discorso pronunciato il 3 dicembre 1988, festa nazionale birmana.