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Ma c’eri e resti.[1]

 

Leonardo Da Vinci e l'obiezione di Coscienza.

 

Leonardo Da Vinci dipinse il ‘Cenacolo’[2] a Milano, fra il 1494 ed il 1497, su commissione di Ludovico il Moro, alla corte del quale era giunto appositamente da Firenze. Leonardo non amava dipingere temi religiosi e preferiva alla cultura dei chierici quella sferzante e crudele del suo mecenate, che tuttavia, per il refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie gli richiese proprio “L’ultima cena”. Leonardo così, dovette “entrare” nella persona di Gesu’ pensante. Scelse, fra tutte, l’ammissione addolorata senza condanna : “Uno fra voi mi tradira’… Colui che con me intinge nello stesso piatto[3].”

Leonardo lavorava misteriosamente : di lui l’apprendista Matteo Bandello riferisce che a volte il Maestro lavorava senza interrompere nemmeno per il pranzo, a volte invece dava due pennellate e se ne andava eclissandosi fino al giorno seguente. Specialmente intorno al Cenacolo, Leonardo più volte tornò a ricoprire ciò che nei giorni precedenti aveva già dipinto. Grazie ad un restauro durato vent’anni che ha permesso di risalire all’impianto iniziale, oggi noi possiamo conoscere il pensiero di un uomo riconosciuto come genio ma che perlopiu’ fu trattato dai contemporanei come uno strano umano da non avvicinare.

Sigmund Freud pubblicò nel 1910 “Un ricordo d’infanzia di Leonardo Da Vinci”, dodici anni dopo il brevissimo e dedicato soggiorno a Milano nel settembre 1898 e dopo aver pubblicato “L’interpretazione dei sogni” ed il ben riuscito “Caso del piccolo Hans”. Anche il saggio su Leonardo Da Vinci era nuovamente dedicato allo studio del pensiero coniugale del bambino nella sua corruzione in “complesso” di Edipo, inibizione ed obiezione di Coscienza all’amore. Durante la sua visita a Milano, Freud non trovo’ l’affresco nello stato convincente di cui noi oggi possiamo godere e dunque non potè scagionare Leonardo dalla nefasta diagnosi che egli stesso arrivo’ solo a ipotizzare, cioè la perversione per natura o biologica, una capacita’ al limite dell’umano che inibisce a tal punto il desiderio del coniugio da sublimarlo direttamente rimanendone al di qua, quasi un recinto invalicabile eretto dal pensiero stesso e dal quale il pensiero “salta” altrove senza alcun ragionevole collegamento. Le abilità tecnica e scientifica avrebbero dunque sostituito in Leonardo fanciullo e poi giovane uomo, surrogandola completamente, qualunque traccia di amore, o libido o passione, innalzandolo così a genio maledetto per natura.

Oggi noi sappiamo che non fu cosi’, e grazie al pensiero stesso che Leonardo ci offre nel suo lavoro “vergine” dei successivi e continui ripensamenti patologici, indiscutibilmente provati dai diversi strati di pittura e dalle pennellate sovrapposte. Anzitutto Leonardo privilegiò, senza evidente ragione, una tecnica di affresco asciutto che al contrario della tecnica di affresco tradizionale che egli stesso ben conosceva, avrebbe esposto l’opera gia’ durante l’esecuzione, che fu lunghissima, ad un degrado rapido ed irreversibile. Quasi volesse nascondere, nella rovina prevedibile dell’affresco, il suo reale pensiero che era un pensiero di amore.

Faticando immensamente nel tentativo di entrare nella mente di Gesù, Leonardo infatti arrivò a pensare un coniugio che egli stesso aveva desiderato, ma nel quale si ritrovo’ tradito ferito violentato.

Nel Cenacolo è il gioco delle mani, un discorso costruito per eludere lo spettatore distratto dai volti, a svelare il pensiero del pittore che si concentra sul rapporto fra Gesù, luminoso e centrale, e Giuda, figura contorta ed in ombra.

Già nel sogno ricordato da Leonardo e commentato da Freud, il rapace rappresentava un amore materno aggressivo e soffocante. Nel Cenacolo di Milano torna evidente la mano rapace di un Giuda sviato dal possesso, e che pertanto non arrivera’ a congiungersi con la mano desiderante di Gesu’-Leonardo, inequivocabilmente rivolta a quella di Giuda, in cui Leonardo rappresentò il genitore notaio, ser Piero Da Vinci[4].

In assenza di prole dalla moglie legittima infatti, ser Piero Da Vinci aveva acquistato Leonardo dalla sposa naturale, collezionando quel bambino in mancanza di altro ma ignorando il desiderio di amore che Leonardo aveva per lui.

Alla consegna dell’affresco, tuttavia, il prodigo Ludovico detto il Moro non aveva più denari per saldare come promesso l’eccellente lavoro di Leonardo, il quale dovette accontentarsi, ingoiando l’ennesima delusione, di un celebre Vigneto nel cuore di Milano. E dopo il Cenacolo, Leonardo non torno’ mai piu’ su quel tema, che pure gli aveva permesso di elaborare una nuova capacità di amore, successiva all’insoddisfacente rapacità materna.

Il suo pensiero di amore non era rimasto ucciso insomma né egli era, come ipotizzò Freud interrogandosi,  biologicamente incapace di amore. Ma Leonardo non arrivò in tempo a giovarsi di una cura psicoanalitica che  raccogliesse  la prova[5] di quel suo germoglio di salus da coltivare.

 

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 24 maggio 2016

 

 

 

[1] Il testo è stato brevemente presentato in Sessione di lavoro in Aula / ‘Simposio 2015 – 2016’.

[2] Ho partecipato alla visita guidata di “Neiade Immaginare arte”.

[3] Vangelo di Matteo, Mt 26, 20-25

[4] Ser Piero Da Vinci, vissuto fra il 1427 ed il 1504 fu il padre di Leonardo, notaio ed uomo di cultura fiorentino.  

[5] Il pensiero di natura, Giacomo B.Contri – SIC Edizioni 2006. E’ evidente la tesi che il pensiero individuale lavora sulla natura biologica, non riconoscendosene sottomesso, fin dalla nascita del bambino.