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La guerra in testa “Astarte”, di Andrea Pazienza .

“Astarte”, di Andrea Pazienza[1].

 

 

Da “Astarte”, di Andrea Pazienza – ‘Fandango Libri’ 2010

 

 

 

“Astarte” è un sogno ? Netto, impressivo, malinconico.

Eppure veder disegnare Andrea Pazienza è un piacere[2]. Azzardo : è finanche una consolazione pensare che Paz, come si lasciava chiamare, abbia almeno assaporato un’ombra di soddisfazione, pur se tratta da fogli bianchi e da grandi muri. Guardandolo, sembra persino facile seguire la sua mano improvvisamente sicura e intenta ricavare un cavallo imbizzarrito, un uomo armato, un orso inferocito.

Astarte è il cucciolo da combattimento di Annibale, eccezionale stratega africano protagonista della Seconda guerra punica (218 – 201 a.C.) : Paz, che è  reduce da un percorso di disintossicazione se ne appassiona al punto da voler farne una storia spettacolare. Nel 238 a.C. Annibale era partito giovanissimo, a nove anni di età da Cartagine[3] col padre, generale Amilcare Barca ed il fratello minore Asdrubale, a capo di un poderoso esercito per sfidare Roma che con la sua potenza li minacciava; restò in Italia quindici lunghissimi anni, arrivando ad attraversare con gli elefanti africani le Alpi innevate e preoccupando i Romani stessi, battuti in Italia più volte prima di impegnarsi a fondo ed arrivare ad annientare Cartagine. “Storia di Astarte” racconta quindi i preparativi e la battaglia del 217 a.C. sul Lago Trasimeno, vinta da Annibale sfruttando anche le tipiche nebbie che avvolgevano il luogo : da questa sconfitta i Romani decisero di cambiare tattica e struttura nel loro esercito. E già era tradizione guerresca, per ambo i contendenti liberare quegli enormi cani, i molossi dell’Anatolia che affascinavano Paz, armati di una spada letale per attaccare di sorpresa i cavalli e le prime file schierate.

Eppure quel cucciolo di gigante che è Astarte fa simpatia, persino nella ferocia della battaglia a cui da innocente viene inviato. Fa simpatia perché il giovanissimo cane paziente obbedisce e, a differenza degli umani che  la guerra se la inventano apposta ogni volta, Astarte fa solo quello per cui viene addestrato… “Io feci ritorno alle gabbie – è Astarte a parlare, esausto dopo l’assalto, nell’ultima tavola di Andrea Pazienza – dove erano già Baal e alcuni altri cani. Il precettore contento ci rifocillò e ci coccolò. Mentre la battaglia ancora infuriava, io e Baal ci addormentavamo vicini per l’ultima volta…”

La storia avrebbe dovuto concludersi a Zama con la prima sconfitta di Annibale e la morte di Astarte ma invece, a sorpresa, la narrazione s’interrompe, conclusa la battaglia vittoriosa. Come conciliare l’umano, infatti e ricondurlo nella storia ?

Alcuni giorni dopo, la sera del 16 giugno 1988 Andrea Pazienza muore nella bella casa in Toscana dove viveva con la seconda moglie ed i due cani.

“Il fumetto è evasione… del resto la parola evasione è una bellissima parola… “ – Roberto Saviano ricorda le parole di Paz nella ‘Prefazione’. Per poterlo raccontare infatti, Astarte deve un po’ di più avvicinarsi all’autore e l’autore un po’ di più entrare in quel cucciolo di gigante così lontano da lui, così mansueto e terribile, così spensierato e, finalmente, crudele.

“ …Resta la calligrafia di un bambino”, ammette Paz con ritrosia commentando i suoi scritti in una intervista del 1987[4]. Ma il segno grafico, no : non era quello di un bambino. “Non vorrei sbagliare…” dice ancora, anzi lo ripete tre volte e sembra eccessivo, perché semplicemente si tratta di qualcosa che non ricorda davanti all’interlocutore. “Non vorrei sbagliare…” e poi ancora: “Non vorrei sbagliare…”

“…Per noi cani è difficile entrare nei sonni degli uomini, io sono riuscito ad entrare nel tuo perché sono un cane molto forte. E tu evidentemente, un uomo molto debole…”, dice Astarte in una delle prime tavole allo stesso Andrea Pazienza, che qui si è auto-raffigurato brutto, col naso a patata ed uno sguardo qualunque che lui non aveva nella realtà.

Fulvia Serra, ex direttore di ‘Linus’ a cui Paz collaborò, commenta[5] la capacità di Andrea Pazienza di aver saputo cogliere le tensioni, i tormenti dei giovani, tanto da persistergli tuttora intatto l’apprezzamento : eppure, proprio ciò che suonerebbe onore verso Paz ne condensa invece una specie di condanna, una pressione da più parti, mai collettiva o innocente, che avrebbe richiesto una difesa adeguata ma purtroppo non agìta.

Avrebbe rivoluzionato il fumetto in Italia, secondo alcuni : secondo altri una capacità addirittura ‘genetica’ di disegnare gli avrebbe reso superfluo l’apprendere, che Paz invece non disdegnava sebbene fosse facile alle distrazioni. Voci faticosissime, invadenti, costose.

A lui coevo, emergeva negli anni ’50 quel ‘chicken game’[6] in cui il ‘pollo’ era chi ‘sceglieva di salvarsi’, saltando via dalla macchina in corsa. E gli esperti sanno tuttora di poter prevedere abbastanza da chi è sensibile a lusinghe e facili promozioni.

La biografia di Andrea Pazienza è una iperbole rapidissima ed esponenziale, fra il 1977 ed il 1987 i suoi lavori erano attesi e richiesti da committenti molteplici ed ansiosi : questo giovanissimo autore timido, perfezionista, che si definiva ‘pigro’ passò invece molto in fretta attraverso il cinema[7], l’insegnamento[8], il giornalismo[9]. Ma Paz offriva solo laddove c’era una sfida cruenta da raccogliere, un duello che facesse sanguinare copiosamente, un corpo-a-corpo coscienzioso e lacerante.

Astarte è un mostro con cui Andrea Pazienza avrebbe, forse, voluto fare pace : ma nessuna pace è possibile, mantenendo il mostro.

Un totem, infatti non è un  nemico qualunque.

 

                                           Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 20 luglio 2020

 

[1] “Astarte”, ‘Fandango Libri’ (2010) da “Storia di Astarte” (1988) di Andrea Pazienza, Prefazione di Roberto Saviano.

[2] ‘Fumettology’, 23 ottobre 2014 – Rai4

[3] “Vite degli uomini illustri”, Cornelio Nepote Cap.II

[4] Intervista 4 aprile 1987 di Carlo Romeo, direttore di TeleRoma56, riproposta anche da Rai3 qualche anno fa.

[5] Andrea Pazienza aveva 21 anni nel 1977, essendo nato nel 1956.

[6] “…In ‘Gioventù bruciata’ (1955) un gruppo di teen-agers a Los Angeles guida l’auto verso la scogliera, vince chi salta fuori dall’auto per ultimo”, p.85 “Calcoli morali. Teoria dei giochi, logica e fragilità umana” di Lazlo Mero - Ed. Dedalo Bari 2012.

[7] Di Andrea Pazienza è il manifesto per il film di Federico Fellini ‘La città delle donne’ (1980).

[8] Nei primi anni ’80 insegnò alla ‘Libera Università di Alcatraz’ (Gubbio-PG), diretta da Jacopo Fo.

[9] Nel 1980 fondò il mensile ‘Frigidaire’, a cui collaborò anche l’amico Tanino Liberatore, già compagno nel Collegio che entrambi frequentarono a Pescara : per ‘Frigidaire’ Andrea Pazienza creò il personaggio di Zanardi, assolutamente negativo ma che Paz riteneva suo ‘alter ego’.