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Partner di pensiero, o sua assenza. La formazione dello psicoanalista.

'Madonna dell'alleanza', un inedito Giotto.

 

 

 

Un inedito Giotto mi si è presentato il pomeriggio di domenica 4 novembre, mentre ero in viaggio intorno a Firenze : una giovane bibliotecaria di Vespignano, paese natale di Giotto, ci aveva segnalato l'opera, ampio frammento di una 'Maestà' del 1290 presso la Pieve cittadina di Borgo San Lorenzo, a circa 30 chilometri da Firenze.

La chiesa bellissima, antica, semplice : entrando, dopo pochi passi questo pannello è bene in vista, sobriamente incorniciato sulla colonna destra, prima dell'abside. Lo sguardo di Maria è rivolto al visitatore, ma con una serietà inconsueta, richiamante, ed un messaggio per nulla intimorito degli anni che ci separano : dopo un lungo prezioso restauro, recentemente è stata attribuita senza incertezze a Giotto (1), allora poco più che ventenne.


Maria si lascia prendere l'indice dal bambino che con l'altra mano le accarezza il viso, ma lo sguardo di lei è rivolto allo spettatore e difende il coniugio – quel nesso individuale che il pensiero di un bambino imputa senza incertezze all'amore, in quanto amore coniugale. Anzi, da quella prima imputazione resterà per ognuno riferimento imprenscidibile, benchè corruttibile, di ogni sua successiva meta e traguardo : da non deridere, quindi nè banalizzare(2).


Si tratta dunque, anche formalmente di un'alleanza e che, proprio inizialmente non guarda tanto alla differenza di sesso quanto alla differenza di posizione dei 'sessi' : vale insomma anche per la figlia bambina verso la donna, è desiderio soddisfatto e ripetibile della figlia neonata verso la madre, in quanto 'altra' desiderata rispetto al proprio corpo.


Molto diversa dalle figure femminili a cui Giotto ci aveva abituato – per esempio a Padova nella 'Cappella degli Scrovegni', tratteggiando doviziosamente il moto anche drammatico e le belle fattezze di Maria, Anna, Elisabetta – questa 'Madonna' invece ha tratti severi e sguardo virile, penetrante : lontanissima dalle ieratiche icone bizantine, ma anche dalle emergenti gentildonne cittadine...


Quale può essere stato allora, qui, il pensiero di Giotto che mostra di conoscere bene il desiderio di un bambino, e la minaccia sociale del suo oltraggio?
Passa attraverso la donna questa minaccia, sembra rispondere la competenza sapiente di Giotto, e la generazione di un figlio si fa perciò anello cruciale fra il nesso individuale segnalato dal bambino e la capacità di elaborazione dell'adulto, che è già anche adulto nella società.


In questa 'Maestà' non può che essere Maria, eppure Giotto ammette qui che la soluzione di una tale donna fra i suoi contemporanei era ancora impensabile : una donna, infatti, capace di non ammettere quella 'mancanza' femminile che la Cultura stessa soffiava contro di lui.


Temeva di essere frainteso, Giotto esponendo il suo pensiero ed il suo sgomento ? Non erano i tempi, si disse forse Giotto e scelse di difendere sapientemente Maria : ma con lei, seppe difendere la sua stessa opera.


L'ho chiamata quindi 'Madonna dell'alleanza', forse ripensando ad un'altra 'madonna' che avevo osservato a lungo a Firenze, al 'Museo degli Uffizi', ed era la 'Madonna col Bambino e angeli', del 1465 di Filippo Lippi : deliziosa sì, ma ingenua nell'esporsi alla insolente derisione altrui.

 

                                                                             Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 4 novembre 2018

 

 


(1) Giotto di Bondone, più semplicemente Giotto forse diminutivo di un nome originale più lungo, nacque a Vespignano, vicino Firenze, nel 1267 circa e morì a Firenze nel 1337. Di lui scrisse il pittore Cennino Cennini (1370-1427) autore del 'Libro dell'Arte' : "Rimutò l'arte di greco in latino e tradusse al moderno" riferendosi al superamento indiscutibile di Giotto degli schemi bizantini ed alla sua introduzione di spazio, volume e colore, valori fondanti del successivo 'Umanesimo'.


(2) In "Ereditare da un bambino. Perchè no ?", Marina Bilotta Membretti 2014 Isbn 978-88-91081-63-6




Auguste Rodin : elogio dell'invidia ??

 

 

C'è un affresco a Villa Maser (1) presso Treviso, in cui l'avarizia è rappresentata da un uomo vecchio e spoglio, con un vago ghigno, che agita una grossa chiave verso la giovane donna bionda che rappresenta la generosità, ben al di sopra di lui e protagonista della scena : la donna porta un fascio di spighe di grano maturo. Fra i due è chiaro che non vi è alcun legame, sebbene lui tenda a lei ma quasi disperatamente per farsi sentire. Lei probabilmente lo sente, ma non lo cerca.

Visitando la bella Mostra su Auguste Rodin (2) a Treviso, curata da Marco Goldin che ha offerto al pubblico le opere di un Maestro finora ospitato solo in Francia, Paese natale, ho pensato che alcune piccole statue, ben illuminate e poste ma non centrali, o forse persino ritenute oscure nella produzione di Rodin, svelassero invece il pensiero dell'artista, e con una precisione descrittiva che le grandi statue presentate all'ingresso e al centro della Mostra, ormai rappresentative del suo lavoro presso il grande pubblico, non avevano (3).


Queste due piccole statue sono : "Je suis belle", di cui pare esista più di un soggetto, e "Fugit amor"(4) : pur essendo entrambe di piccola dimensione, sono anche elaboratissime come spero si comprenda dalla illustrazione che ho scelto per questo post. A differenza di alcuni ritratti commissionatigli (5), queste due sculture rivelano un impegno dell'autore, sincero appassionato ma offuscato dalla disperazione.

In "Je suis belle", la figura indifesa e nuda di un uomo si slancia in avanti tenendo sollevata in aria una giovane donna raccolta in posizione fetale, che sfugge però il bacio di lui. Un soggetto dunque davvero insolito, specie per l'epoca in cui visse Rodin che si nutrì di quella vitale esplosione della pittura impressionista, aperta alla esperienza dirompente verso la tradizione ed entusiasta di un lavoro 'en plein air' e fra la gente, antitetica all'eroismo solitario, generoso ed insoddisfatto, della letteratura romantica (6).


Rodin usa dell'entusiasmo impressionista per scivolare all'indietro nella illusione romantica, rinunciando ad una soluzione nuova nella quale invece si impegnarono Matisse prima, e Picasso (7) poi.


E' un uomo sazio di virilità, questo di "Je suis belle", che guarda di traverso alla donna-feto che lo sfugge, così raccolta ed esibita appena al di sopra dell'addome di lui : vessillo di un Potere presunto che all'uomo non è dato, tentandolo all'invidia che dall'avarizia è generata ?
La rappresentazione è verosimile di una difesa tanto impetuosa quanto ingenua dell'autonomia sessuale, fallica e romantica, condannata all'impotenza dal semplice rifiuto di lei che allontana il viso dal viso di lui.


Tutta la produzione di Rodin ruota attorno ad un pensiero impegnato, anche ossessivamente, dalla creazione (8) e però anche dall'umano possesso che con la Creazione biblica nulla ha a che fare, poichè Dio crea l'uomo libero di produrre il suo destino.


Rodin invece teme di perdere ciò che crea, la sua stessa biografia dice di una umanità avida e poco disponibile a lasciarsi ereditare : suo tema ricorrente sono le mani, plasmanti sì ma anche invadenti, possessive, invidiose dell'altrui.


Come in questa "Je suis belle", che titola bene il pensiero dell'autore nei confronti della donna che lo allontana, lasciando l'uomo inerme alle sue passioni. Un pensiero malinconico ed invidioso che Rodin ripropone in "Fugit amor" dove i due amanti, simili a sirene fluttuanti nel mare, si sfuggono reciprocamente – lei sempre più avanti di lui - in un concepire il pensiero amoroso altresì dannato, mortifero, insensatamente desiderato.


Nella sua malinconia, Rodin invidia quella presunta autonomia sessuale che la donna troverebbe nella maternità, luogo esclusivo ed agognato di una soddisfazione che la Natura nega all'uomo.


Sorprende la presa emotiva che Rodin mantiene sul pubblico contemporaneo, sebbene iperconnesso, algoritmico e digitalmente còlto, ma che pure testimonia la tenuta di una resistenza al giudizio che continua a diffondere ingenuità, e facile invidia.


Privilegiando l'emozione che rimuove il giudizio, infatti, Rodin 'fa fuori' qualunque soluzione, umana e possibile.


Che Henri Matisse invece, e poco dopo Picasso arrivarono a proporre con profitto.

 

 

                                                              Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 28 maggio 2018

 


(1) Villa Maser, presso Treviso, è opera di Andrea Palladio (1508 - 1580), architetto e scenografo apprezzato del Rinascimento e ritenuto una delle personalità più influenti nella storia dell'architettura occidentale.
(2) La Mostra (24 febbraio – 3 giugno 2018) che conclude le celebrazioni per il centenario della morte di Auguste Rodin (1840-1917) è stata promossa dal Comune di Treviso, da Marco Goldin e da "Linea d'ombra", che l'ha anche prodotta ed organizzata, con un pregevole allestimento presso il Museo Santa Caterina.
(3) "La Cattedrale" (1908), "Adamo ed Eva" (1881), "Il pensatore" (1880), "Il bacio" (1882).
(4) "Je suis belle" (1882), "Fugit amor" (1887).
(5) "Madame Vicuna" (1884) ed altri ritratti commissionati a Rodin, restano opere timide, vagamente celebrative.
(6) Ugo Foscolo (1778-1827) in Italia, J.W. Von Goethe (1749-1832) in Germania, V.Hugo ((1802-1885) in Francia.
(7) H.E.B.Matisse (1869-1954); P.Picasso (1881-1973)
(8) "La Cattedrale" (1908) è rappresentata da due enormi mani accostate in modo singolare, a costiituire un luogo che accoglie e protegge.




Victor Sironi. "Accompagnare, condividere..."

"Il mio lavoro negli Oratori."

 

 

Ho conosciuto Victor Sironi sulle pagine Facebook ed Instagram attraverso le quali si tiene in contatto coi ragazzi e coi collaboratori in qualità di Responsabile educatore, una figura professionale riconosciuta da poco. Ha accettato di venire nel mio Studio proprio il giorno del suo compleanno : negli Oratori della Diocesi di Milano si occupa principalmente di Pastorale giovanile e di famiglie.

"Sì, è un momento difficile per me quando devo trasferirmi... lasciare un luogo dove abbiamo costruito qualcosa e ripartire... Allora, cerco di entrare piano piano."

Dopo l'esperienza intensa e soddisfacente presso l'Oratorio Maria Regina di Pioltello, Victor Sironi è andato a Boffalora Ticino ed ora a Vanzago, nell'Oratorio Mantegazza-Rogorotto.

"Una nuova iniziativa, un progetto nasce ogni volta dalle persone che incontro, il Parroco ed i Responsabili ma poi sicuramente lavorando con gli animatori e con i loro educatori. Il progetto Mongolfiera ad esempio, è nato da una esigenza specifica... Incontrare i giovanissimi che vagano per le strade, con le famiglie vivono pochissimo e che, anche se malvolentieri, spesso si sottomettono ad un cosiddetto leader eletto secondo regole precise. Formano gang che si affrontano con violenza come rivali..."

Da una semplice idea maturata incontrando i ragazzi uno ad uno, dal loro 'parlare' esplicito di sottomissione e di disagio che facilmente scivola nella intemperanza o addirittura nel classismo, è nato un lavoro di cui non si sarebbe immaginata l'adesione da parte dei ragazzi stessi. Frutti che ora andrebbero coltivati.

"Abbiamo pensato di far intervenire alcuni educatori della Federazione Oratori Milanesi ed Oratori della Lombardia che collaborano col Comune di Milano – prosegue Victor Sironi - ed abbiamo proposto in auditorium la visione di un video girato realmente, sulla violenza e sul bullismo, tema sgradito su cui li abbiamo trovati purtroppo preparatissimi.

Ci hanno sorpreso, perchè la maggior parte di loro durante la visione del film rideva, la violenza era riconosciuta come 'risolutiva', oppure come 'tassa da pagare' in certe situazioni... Chiaramente conoscevano già quello che veniva descritto. Ma qualcuno di loro davanti ha osato affermare, davanti ai compagni che non approvavano la sopraffazione, ed anche che non 'era obbligatorio trovarsi coinvolti nelle gang...'

Abbiamo pensato allora di intervenire singolarmente, proponendo colloqui individuali dai quali è emersa una realtà capovolta : ognuno dei ragazzi che insieme agli altri aveva riso o mostrato noncuranza, trovandosi con l'adulto condannava invece la sopraffazione e l'umiliazione, con affermazioni come : 'la cultura anti-violenza va diffusa...', 'il bullismo è da condannare...' Poco alla volta ci siamo resi conto che la loro attenzione era fissa sul leader del gruppo, sul come e perchè era stato eletto, soprattutto sulla 'obbedienza e fedeltà', considerate virtù che distinguono chi le rispetta e chi no.

Abbiamo quindi lavorato sulle 'qualità' di un leader : i ragazzi - tutti fra i dodici ed i sedici anni - hanno lavorato tantissimo, dapprima chiedendo di essere ascoltati singolarmente, poi abbiamo notato che riuscivano ad esporsi anche davanti agli altri..."

"Diventa effettivamente sempre più difficile rivolgersi a bambini e ragazzi che sfidano l'adulto fin dalle prime battute, ascoltano annoiati perchè la tua proposta non li sfiora nemmeno e vogliono tornare agli smartphone a cui restano incollati come se intorno non ci fosse nessuno... Non conoscono il gioco e poi, magari, improvvisamente si appassionano e diventano protagonisti.

Ecco, una scoperta del mio lavoro è che il 'gioco' è proprio una novità.

Come quella volta che stavamo preparando la festa conclusiva dell'Oratorio feriale ed un bambino sugli 8-9 anni, sempre un po' impacciato e lento nel partecipare ad un gioco, che rimaneva con l'educatore durante la preghiera in chiesa, perchè la sua famiglia era di un'altra religione, è venuto a chiedermi : 'E io cosa devo fare ?'

'Scegli tu' - gli ho detto – guarda in giro cosa ti piace fare e scegli tu. Dopo un pò l'ho trovato impegnatissimo mentre preparava la coreografia del ballo con altri bambini. Mi sono complimentato, non immaginavo di vederlo muoversi così agilmente... E invece lui mi ha ringraziato... 'Accompagnare' qualcuno, 'condividere' è in effetti quello che mi entusiasma di più del mio lavoro...

A volte un genitore mi chiede : 'Ma come hai fatto con mio figlio ? Sei stato bravissimo...!' E' vero che passo anche molto tempo sui socials, Facebook ed Instagram soprattutto, basta una battuta ed un ragazzo sa che tu sei lì. Dei socials questi giovanissimi temono soprattutto la diffusione delle proprie immagini... Pensi che siano immagini 'tue' e che non avresti mai immaginato di veder pubblicate, e invece... Sono molto preoccupati da questa eventualità che non possono controllare...

Condividere quando possibile 'tempo' e 'spazio' con loro... Apprezzano tantissimo, vedere un film, una partita di calcio insieme, soprattutto essere ascoltati. 'Grazie per avermi accolto !', mi ha detto un dodicenne e così mi ha fatto capire che cosa andava bene nel mio essergli a fianco. Oppure mi è capitato di alcuni genitori, da poco in Italia, che venivano ogni giorno a riprendere i figli all'Oratorio feriale in giugno e luglio, e si fermavano un po' anche a giocare coi loro bambini : allora ho deciso di lasciare apposta per loro i palloni dei giochi che avevamo fatto nel pomeriggio, e loro dopo aver giocato quella mezz'ora o un'ora, li riportavano a posto per farmi capire che avevano apprezzato...

Abbiamo notato che ascoltare la testimonianza di chi ha superato esperienze dure come la droga o il carcere li fa uscire da quella indifferenza-insofferenza dietro cui si nascondono, o si mascherano. Stiamo pensando di far intervenire gli educatori che lavorano nelle 'Comunità di recupero per minori'...

Stando con loro, arrivano improvvisamente a farsi delle domande, per esempio : 'Ma perchè ho ragionato così?'

 



                                                                                   A cura di Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 22 febbraio 2018

Superbia. O giudizio.

"Johanna Vicecomites Galure comitissa".

 

Illustrazione di Melissa Spandri.

Il testo "Johanna Vicecomites Galure comitissa" è stato pubblicato sulla homepage dell'Associazione culturale "Italia medievale" - www.italiamedievale.org 27 febbraio 2018

 

 

 

Chissà se Freud, venendo a Milano il 14 settembre del 1898, avrà sostato presso quello che fu nel 1300 il Palazzo del Broletto vecchio(1), dove visse un tempo della sua vita Giovanna Visconti(2), ultima Giudicessa di Gallura ed ambita sposa dei Visconti di Milano che per lei non esitarono a passare ad opposta fazione politica, modificando persino lo stemma cittadino. Figlia di Beatrice d'Este e del suo primo marito, Nino Visconti Judex Galure(3), Iohanna Vicecomites fu insignita fin dalla nascita, iusto ereditario iure, quale comitissa Galure et tercie partis regni kalaritani domina(4), con gli stessi poteri di governo del suo nobile padre e dunque alla pari di un erede maschio, come prevedeva il Diritto giudicale. Sebbene vigorosamente insistita da più parti e soprattutto dal nuovo patrigno Galeazzo I Visconti che ne reclamava la lontana parentela e dunque la potestà di maritarla secondo le proprie esigenze politiche, Iohanna si mantenne invece Domina, cioè sovrana e non volle mai passare a dama con tutti gl'ingombranti orpelli di quella frivolezza, servilismo e malinconico ricatto che Freud dovette ravvisare nelle patologie di fine Ottocento, e non solo femminili.
 
Dante Alighieri, che aveva ascoltato la tenerezza di Nino verso Johanna durante colloqui amichevoli a Firenze, la nomina come unica assistente terrena di quel Giudice gentil ancora troppo legato agli affetti della vita. "... Quando sarai di là da le larghe onde / dì a Giovanna mia che per me chiami / là dove a li'nnocenti si risponde..."(5)
 
Quando il padre morì nel 1297, dettando la volontà che il suo cuore fosse sepolto a Lucca presso la Chiesa dei Frati di San Francesco, Giovanna aveva cinque anni e di lì a poco la sua vita avrebbe preso una brusca virata. Da tempo infatti il Duca d'Este e padre di Beatrice Obizzo II, guardava alle vicende del genero Nino con riprovazione, pentendosi di aver ceduto alle richieste della figlia di sposare quel giovane Capitano del popolo e poeta, ben inserito sì nel governo di Pisa ma perseguitato poi, pur se ignobilmente, dalla sua città. Obizzo II seguì con l'occhio gelido del falco le traversìe di Nino, tornato precipitosamente nel 1288 in una Gallura depredata e raggirata dalla stessa amministrazione del Giudicato, affidata al corrotto frate Gomita(6) che il Giudice Giovanni, padre di Nino, già amico di Obizzo II(7) ed alleato vittorioso dei pisani su Cagliari(8), gli aveva affiancato in vita ma che Nino dovette condannare a morte di fronte a sudditi impoveriti e scontenti. Pochi guelfi gli rimasero vicini, quando Nino morì : Obizzo II richiamò imperiosamente la figlia, intimandole lo zio Taddeo di Monteorgiale come tutore di Johanna, diventata improvvisamente erede di un regno potente e strategico, insidiato dalle pretese dei pisani che reclamavano tributi contestati. Lasciando precipitosamente Villa Templi(9), prudente residenza di Nino Visconti, madre e figlia raggiunsero nuovamente Volterra(10), ai cui cittadini Bonifacio VIII raccomandò la infanta Iohanna e la cospicua eredità in pericolo.
 
Promessa con la benedizione paterna a quel Corradino Marchese dei Malaspina(11) che già nel 1305 risultava erede dei Castelli di Bosa, di Osilo e di altri possedimenti nel nord della Sardegna e che col Giudice Nino condivideva una illuminata accoglienza verso intellettuali e poeti, Giovanna, che molto somigliava alla bella madre, seppe improvvisamente che l'accordo matrimoniale era stato interrotto.
 
Comperata poi magnis pecuniis(12), Giovanna giunse al Palazzo del Broletto a Milano il 2 luglio del 1300(13), accompagnando Beatrice sposa di Galeazzo I,(14) ed accolta a Chiaravalle dai Cavalieri per gli otto giorni di corte bandita con torneamenti, giostre e l'inaugurazione del primo cocchio sospeso. Ai Visconti piacque infatti presentare la infantula comitissa ai milanesi quale possibile sposa del terzogenito di Mattheo Grande. Eppure, col matrimonio della madre che le severe leggi del Giudicato non avrebbero approvato, Iohanna prese le distanze da Beatrice che accettava di maritare quel giovane così arrogante verso l'amato padre Nino, ora ridotto al "Visconti di Pisa, il perdente".
 
Certo, un disinvolto matrimonio fra Giovanna e Galezzo I avrebbe semplificato di molto l'appropriazione di quell'alta nobiltà con cui Milano avrebbe potuto anche dotarsi di un porto sul Mediterraneo, alla pari delle potenti Repubbliche, nonchè di quel territorio costiero che controllava le vie battute dai traffici verso Francia e Spagna(15).
 
Ma forzato dall'urgenza di nuovi eredi per il controllo di Milano, il patriarca deviò verso l'ancor piacente Beatrice d'Este che all'epoca aveva già dieci anni più di Galeazzo. Esca prelibata per l'avvio della intensissima politica matrimoniale che condusse i Visconti ad estendere la propria influenza ben oltre i confini di Milano, fu proprio la bella vedova dell'ultimo Giudice di Gallura, che senza lunghi corteggiamenti ed in cambio di qualche valido mercenario si lasciò condurre dai parenti ad un matrimonio, che alle dame di corte serviva per rendersi oggetto prezioso da custodire per il proprio lignaggio. E fino a che non se ne potesse ricavare altro guadagno...
 
"Non credo che sua madre più m'ami / poscia che trasmutò le bianche bende / le quai convien che, misera !, ancor brami / Per lei assi di lieve si comprende / quanto in femmina foco d'amor dura / se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende..."(16) Intanto, presso i cerimoniosi parenti di Ferrara, Giovanna restava disorientata dai maneggi politici che anche lei sottoponevano ad una trama soffocante di accordi incomprensibili in vista del Potere.
 
Galeazzo I però, pur avvezzo alla rude vita guerresca, dovette ben presto realizzare di esser stato coinvolto in una lotta impari con quella nobile giovanetta, che nella sua resistente quanto legittima sovranità incarnava il lato imprevedibile di un nemico temuto ed a cui la Bibbia stessa affiancava il serpente malefico : la Donna. E nel Palazzo del Broletto, dove Galeazzo I aveva la sua corte, proseguì quel sequestro dorato già avviato a Ferrara dallo zio Azzo per indurre Giovanna a seguire l'esempio della madre. Ma nonostante la nobiltà giudicale che certo la sosteneva, Giovanna dovette soffrire per l'allontanamento che Beatrice agiva con una sconosciuta e frivola noncuranza.
 
Gli eventi si susseguirono vorticosamente fino al 1302, quando l'insurrezione capeggiata dai Torriani(17) obbligò i Visconti a rifugiarsi presso gli estensi(18) fino a che Mattheo ottenne da Enrico VII le insegne di vicario imperiale. A Ferrara Giovanna sopportò la presenza assillante di Fresco, figlio naturale di Azzo d'Este che spesso era assente da Ferrara, ed infine fu promessa ad un rampollo della potente casata genovese dei Doria.
 
La comitissa osò respingere con autorevolezza inaudita la domanda di Bernabò Doria, rappresentante di una famiglia che aveva condotto con l'inganno le trattative di pace agìte in favore di Pisa dal compianto padre Nino e che in Sardegna già s'insinuava fra i Giudicati di Arborea e di Cagliari. Ma il diniego matrimoniale, che dal Concilio Lateranense IV del 1215 usciva rafforzato, era un atto concesso alla donna medioevale nella sua autonomia, anche se raramente agìto. Galeazzo I dovette lagnarsi con Beatrice per quella figlia insolente ma un fatto è che a diciassette anni Iohanna, domina e comitissa Galure si occupava di difendere il suo cospicuo patrimonio rivolgendosi direttamente a Giacomo II, Re di Sicilia ed appena infeudato da Bonifacio VIII del Regnum Sardiniae et Corsicae, perchè le fosse riconosciuta l'eredità legittima. "Miserabilis orfana omni destituta suffragio et terris nostris nequiter spoliata", nominando il comportamento "tirannico et ferino" dei pisani anche in terra di Gallura, i quali "nos mulierem sine difensore, pupillam et orfanam actendebant..."(19)
 
E dopo poco, affranta dalla strenua difesa che la impegnava senza sosta, Johanna si ammalò gravemente, salvandosi pare per un soffio, ma offrendo finalmente al Visconti l'occasione per obbligarla ad un matrimonio protettivo con quel Rizzardo da Camino che a Galeazzo I prometteva la carica di podestà della strategica Trieste. La pessima fama del corrotto Rizzardo, da cui Giovanna seppe prudentemente tenersi distante, ricadde pesantemente anche sull'amicizia con Galezzo I, sempre meno amato a Milano... Fino a che il trevigiano venne ucciso in una congiura che da tempo si orchestrava per fermarne le angherie, mentre Johanna si trovava presso la madre alla corte milanese. Affrontando vicissitudini davvero inusuali per una Donna medioevale, Johanna preferì, dopo la morte della madre(20), trasferirsi a Firenze che riconosceva i meriti ed il valore di Nino e che ne accolse dignitosamente la figlia in esilio(21).
 
Dante però, a cui pure l'amico Judex aveva affidato un messaggio accorato per Johanna, fu severo con lei collocandola fra coloro che restano incupiti dal dolore e dalla solitudine...(22) Se Galeazzo I infatti non aveva favorito Giovanna, nemmeno lo favorì lei preferendogli, e solo nell'atto testamentario, il colto e paziente Azzone che, morto il padre, avviava la ristrutturazione del Broletto in una magnifica residentia, richiamando a Milano il sommo Giotto, grazie al favore di cui Giovanna godeva presso i fiorentini.
 
Conquistato l'agognato titolo di princeps in tertia parte regni Sardinie, Azzone Visconti mutò la serpe del casato paterno e ghibellino in un drago munito di creste regali, denti e grandi orecchie, generatore(23) e non divoratore d'uomini ma inquartato alla guelfa nella Croce di San Giorgio, avvicinando così le due famiglie viscontee un tempo nemiche nel nuovo vessillo di Milano, e mantenendone il motto : "Vipereos mores non violabo"(24) affinchè il mondo sapesse che l'impervia arrampicata da cui Galeazzo I(25) fu vinto non impediva al figlio di raccoglierne il frutto, al prezzo più lieve di un lavoro prudente ed astuto che ne avrebbe contraddistinto la successiva Storia.

 

Marina Bilotta Membretti  Cernusco sul Naviglio, 14 settembre 2017

 



(1)Parte dell'attuale Palazzo Reale, fino a Via Ore e alla chiesa di San Gottardo in Corte segnalata dal bel campanile di Azzone Visconti.
 
(2)"La casata dei Visconti (Vicecomites) era una delle più antiche famiglie pisane... Introdotto in Italia dai Franchi, il visconte era un vero e proprio sostituto del conte...", Michele Tamponi/"Nino Visconti di Gallura"-Ed.Viella 2010 p. 61-62
 
(3)Nel VII sec.d.C in Sardegna, lo Judex provinciae era nominato direttamente dall'imperatore di Bisanzio che riconosceva così la legittimità del sistema giudicale che in Sardegna proveniva dal Diritto celtico, si articolava nelle tre funzioni sacrale-giuridica, guerriera e produttiva, ed in cui la successione ereditaria, quindi governativa, era estesa alla donna. I quattro Giudicati furono veri e propri Stati con sovrani dotati di summa potestas nazionale ed internazionale secondo il principio "superiorem non recognoscentes".
 
(4)Comitissa o giudicessa, Giovanna Visconti era titolare dei Castelli di : Galtelli, Posada, Villa Petrosa, Terranova nel Giudicato di Gallura, e di Kirra e di Ogliastra nel Giudicato di Cagliari.
 
(5)Dante Alighieri, "Divina commedia" – Purgatorio Canto 8°,vv 70-72
 
(6)Personaggio della Divina Commedia menzionato da Dante Alighieri nel XXIII canto dell'Inferno tra i "barattieri", frate Gomita fece evadere prigionieri dietro riscatto.
 
(7)Obizzo II d'Este e Giovanni Visconti di Gallura favorirono fin dal 1265 con un trattato d'alleanza l'ascesa del Conte Carlo d'Angiò, fratello di Re Luigi IX di Francia e futuro re di Napoli e di Sicilia.
 
(8)La vittoria del 1254 fece ottenere a Giovanni Visconti un terzo del Giudicato di Cagliari, ereditato poi da Nino ed infine dalla figlia Giovanna.
 
(9)Villa Templi, odierna Tempio Pausania, conserva i resti di un edificio signorile ritenuto la residenza del Giudice Nino Visconti di Gallura che per motivi di sicurezza preferì non abitare con la famiglia nel Castello di Pedres (Olbia).
 
(10)Dopo aver sposato Nino, Beatrice aveva vissuto a Volterra dove pare che sia anche nata Giovanna.
 
(11)Corradino Malaspina era nipote del Corrado Malaspina che Dante incontra insieme a Nino Visconti nell'Antipurgatorio.
 
(12)G.Fiamma, Opusculum de rebus gestis Azonis Vicecomitis
 
(13)Il 1300 è il primo Anno Santo istituito intenzionalmente da papa Bonifacio VIII con la Bolla " Antiquorum habet fida relatio" (trad.:"Un documento degno di fede"). E'anche l'anno in cui Dante Alighieri situa il viaggio descritto nella Divina Commedia.
 
(14)Il matrimonio fu celebrato il 24 giugno nella Cattedrale di Modena. Per l'occasione Galeazzo I vestiva il cingulum militiae, segno di riconoscimento per un funzionario attivo nell'Impero romano.
 
(15)La vigilanza guerresca simboleggiata dal gallo celtico fu introdotta nello stemma intorno al 1050 ma già Benedetto VII, prima dell'anno mille, donava ai pisani-sardi impegnati a Musetto contro i saraceni lo stemma dei quattro mori inquartati nella Croce di San Giorgio, che si ritrova anche presso i Cavalieri Templari e tuttora in Sardegna. Fretum gallicum, o stretto gallico era il territorio strategico fra Sardegna e Corsica, oggi limitato all'attuale Bocche di Bonifacio.
 
(16)Dante Alighieri, Divina Commedia – Purgatorio VIII vv 73-78 Nino Visconti si rivolge così alla figlia lamentando il nuovo matrimonio di Beatrice.
 
(17)Guido della Torre avviò una rivolta per il raggiro con cui Galeazzo I aveva sottratto Beatrice al matrimonio promesso col figlio di Alberto Scotti, signore di Piacenza.
 
(18)A Ferrara nacque nel 1302 Azzone Visconti, figlio di Galeazzo I e di Beatrice e qualche anno dopo Ricciarda, entrambi fratellastri di Giovanna Visconti.
 
(19)"Augurando a Voi, legittimo e giusto re Giacomo II d'Aragona, di recuperare il Regno felice di Sardegna che Vi è stato consegnato ed ora caduto nelle mani di rapaci occupanti (i Pisani, n.d.r.) cosicchè noi, spogliati di tutti i nostri beni potremo gioire quando ci verranno restituiti..." cit. dalla lettera 10 gennaio 1309, Giovanna Visconti (V.Salavert Y Roca, Giovanna di Gallura ).
 
(20)Beatrice d'Este morì nel 1334.
 
(21)Joahnna morì a Firenze nel 1339, e sepolta pare presso la Chiesa della SS.Annunziata.
 
(22)Divina commedia, Purg., XI, 1-21. La severità dantesca, che si ritrova nella coeva letteratura cortese, oscilla fra tota mulier in utero e mulier sancta.
 
(23)Su un capitello della Basilica di Sant'Ambrogio è infatti un serpente bronzeo, donato dall'imperatore di Bisanzio intorno al 1000 d.C., copia del Nehustan forgiato da Mosè nel deserto per difendere il suo popolo.
 
(24)"Non oserò violare le consuetudini delle vipere", (trad.)
 
(25)Non favorito da Ludovico IV il Bavaro, Galeazzo I, servì infine Castruccio Castracani morendo scomunicato a Pescia nel 1328.
 

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