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Buone pratiche.

  

Fiore di ibisco. Rifer. illustraz.: 0_5529749_125008.jpg

 

 

Le Olimpiadi di Tokyo 2021, da poco concluse con un medagliere davvero soddisfacente per l’Italia, hanno segnalato anche buone pratiche da parte degli atleti che si sono rivelati sorprendenti per quella capacità di affrontare allenamenti impegnativi e pure praticati nelle note condizioni limitative che la necessità di ridurre il contagio pandemico da Covid19 ha richiesto alla nostra civiltà.

E’ solo uno dei casi in cui ‘emozioni’ e ‘resilienza’ - così ripetitive nei discorsi - non spiegano affatto l’umano moto.

 

                                                               

                                     Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 24 agosto 2021

Angoscia assolta nel tribunale degli dèi.

Fra consensi e disagio, il Teatro Antico.

 

Le sagome dei votanti in Areopago fanno da sfondo all’inquietante palcoscenico di ‘Eumenidi’ 2021 (Eschilo, 458 a.C.), diretto da Davide Livermore nel Teatro Greco di Siracusa. 

 

 

 

“Gioìte, gioìte!”, squilla autorevole Atena sul palcoscenico conclusivo di ‘Eumenidi’[1], dopo aver volto in favore del principe Oreste la votazione fermatasi ad un pareggio nell’Areopago, primo Tribunale istituito ad Atene per i delitti di sangue.

Oreste il giustiziere ha ucciso la madre,  regina Clitennestra ed il suo amante Egisto, usurpatore del trono del re Agamennone, ma è stato infine assolto dall’accusa di omicidio e con lui è stata assolta l’angoscia con cui le Erinni perseguitano coloro che fuggono il giudizio, i rei non confessi : grazie ad Oreste esse non dovranno più restare nell’oscurità, acquisteranno anzi rilevanza sociale nell’Areopago voluto da Atena e si chiameranno ‘Eumenidi’, le benevolenti, perché manterranno sugli umani il timore verso gli dèi.

“Ed io con certa fede a voi prometto che in questa terra di giustizia avrete riposte sedi, e onor dai cittadini, presso l’are sedendo, in troni fulgidi…” - Atena si rivolge alle preziose ma sgradevoli Erinni - “In cuor sopisci l’impeto amaro della negra furia, e delle cose e degli onor partecipe con me sarai : di questa terra grande offerte le primizie a te saranno…”

L’angoscia dunque - se davvero possa d’imperio essere ‘sopìta’ - proseguirà indenne, attraverso la benevolenza, ad introdurre negli umani quel ‘timore’ che in eterno cerca di addomesticarli.

Oreste ha compiuto Giustizia più che confessare gli omicidi commessi : egli ha seguito il dio Apollo che lo induceva a rendere onore al padre Agamennone, tradito dalla donna. C’è delitto e delitto, insomma e gli dèi possono introdurre negli umani l’angoscia ed allo stesso modo spazzarla via.

Il Convegno ‘Oreste e il diritto’[2] svoltosi a Siracusa lo scorso 31 luglio ha preceduto l’ultima rappresentazione di ‘Coefore ed ‘Eumenidi’ al Teatro Greco, offrendo posizioni non uniformi da parte dei Relatori : il pluriomicidio di cui Oreste si è reso autore è da considerarsi infine legittimo oppure no ?

Nel testo di Eschilo – ripreso fedelmente dalla raffinata, ironica direzione di Davide Livermore, che già diresse ‘Elena’ di Euripide nel 2019 - Oreste resterà il principe triste che non osa imputare a sé alcuna delle morti che ha provocato - invero provvida imputazione, da cui egli arriverebbe a sciogliere i lacci invisibili che lo tengono prigioniero - e non entrerà nel gran finale dove protagoniste si confermano Atena, dea della sapienza e della guerra e le sue benevolenti, le scintillanti ed ambivalenti ‘Eumenidi’.

Rimarrà dunque sostenibile - e quanto in questo mondo - un primato affidato a divinità fluide e sfuggenti che governerebbero l’umano ? 

La insospettabile scoperta di una pulsione solo umana, non istintiva ma esposta ai venti avversi della rimozione patologica ha aperto definitivamente alla ipotesi di una ‘costituzione individuale’[3] che, pur nella sua fragilità, indica una difesa percorribile, efficace, non ingenua.

 

                                                    Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 4 agosto 2021

 

 

 

[1] ‘Eumenidi’ è il terzo atto  - dopo ‘Agamennone’ e ‘Coefore’ - de ‘L’Orestea’, opera di Eschilo rappresentata per la prima volta ad Atene nel 458 a.C. e che valse al drammaturgo il primo premio alle ‘Grandi Dionisie’.

[2] Al Convegno ‘Oreste e il diritto’, organizzato da ‘Fondazione I.N.D.A. Istituto Nazionale Dramma Antico’ www.indafondazione.org e da ‘Società Amici del pensiero – Sigmund Freud’ www.societaamicidelpensiero.it hanno partecipato Eva Cantarella, Storica del diritto; Alessio Lo Giudice, Filosofo  del diritto; Giacomo B. Contri, Psicoanalista e Presidente di ‘Società Amici del pensiero – Sigmund Freud’; Maria Campana, Socio di ‘Società Amici del Pensiero – Sigmund Freud’ e moderatrice del Convegno.

[3] ‘Costituzione individuale’ in www.giacomocontri.it   www.operaomniagiacomocontri.it

 

Costituzione individuale[1], oppure incompetenza.

‘Eumenìdi’ al Teatro Greco di Siracusa. 

  

(Nella foto : ‘Eumenìdi’ sul ‘Vocabolario Greco antico – italiano’, L. Rocci  – ‘Società Editrice Dante Alighieri’  2002, p.798)

 

 

 

Il Convegno del prossimo 31 luglio[2] si propone quale anticipo di un’opera interessantissima del primo drammaturgo antico, Eschilo[3], che più volte si trovò a combattere a fianco dell’esercito ateniese e che dunque ben dovette sperimentare quell’affetto specifico del dolore che è l’angoscia.

‘Eumenìdi’ chiude, dopo ‘Agamennone’ e ‘Coefore‘, la trilogia dell’ ‘Orestea’ che fu rappresentata ad Atene nel ‘458 a.C. e che valse ad Eschilo il primo premio delle ‘Grandi Dionisie’ : il tema insolito vede il fuggitivo principe Oreste, reo non confesso dell’assassinio di Clitennestra, sua madre - la quale già aveva ucciso il re Agamennone, padre di Oreste - cercar rifugio proprio presso il Tempio di quel dio Apollo che aveva indotto Oreste a compiere giusta vendetta.

Ma il principe soffre atrocemente, nonostante la Giustizia divina sia dalla sua parte, ed il suo difendersi è vano dalle ’Erinni’, ‘Furie’ mostruose e voluttuose che l’istinto spinge ad aggredire ma capaci anche, all’improvviso, di sprofondare in un letargo rumoroso : “Ghermìsci! Ghermìsci!”, imprecano infatti, russando dietro alla preda in fuga e persino al cospetto dell’ombra di una irritata Clitennestra.

L’angoscia di Oreste è inspiegabile, insomma, se non ammettendo quell’aggressione esterna del mostro, che però non colpisce tutti i rei – la assassina, e defunta Clitennestra ne fu indenne, infatti – e che soprattutto non resta interiore perchè tocca la società, sfuggendo alle previsioni di Giustizia che gli dèi sanciscono : ma, d’altra parte, che ne sarà del ‘timore’ divino senza più angoscia ?

Il valore del testo di Eschilo è indubbio.

Nel Tribunale approntato da Atena, dea della sapienza e della guerra, il principe Oreste sta dunque per essere giudicato.

 

                                        Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 25 luglio 2021

 

 

[1] Già da alcuni anni lo psicoanalista Dott. Giacomo B. Contri ne parla diffusamente : www.giacomocontri.it www.operaomniagiacomocontri.it

[2] ‘Oreste e il diritto’ è il titolo del Convegno, organizzato da Fondazione I.N.D.A. ‘Istituto Nazionale Dramma Antico’ e da ‘Società Amici del pensiero Sigmund Freud’, che si svolgerà a Ortigia – Siracusa il prossimo 31 luglio 2021 : seguirà, al Teatro Greco di Siracusa la sera stessa, la rappresentazione di ‘Eumenìdi’.

[3] Eschilo (525 a.C. - 456 a.C.) fu il primo tragediografo ‘classico’, a cui per età seguirono Sofocle (496 a.C. - 406 a.C.) ed Euripide (485 a.C. - 406 a.C. ).

 

 

“…tutti si posano al sonar d’un fischio” Nel ‘Paradiso’ di Dante. (1)

Illustrazione originale di Gianni Russomando(2).

“… sì come, per cessar fatica o rischio,

li remi, pria nell’acqua ripercossi,

tutti si posano al sonar d’un fischio.”(3)



Con disarmante semplicità, si presenta a Dante un affetto indiscutibilmente noto, eppure così spesso sorvolato, se non proprio taciuto : come dire altrimenti della soddisfazione ?

Il Poeta la colse - siamo agli ultimi capitoli della ‘Commedia’ - per poi subito rimuovere ciò che la rendeva possibile : il mare, finalmente favorevole all’uomo, faceva la sua parte offrendo a ciascuno un surplus inatteso e niente affatto trascurabile che il nocchiere infine sanzionava.

Ma Dante, che non fu uomo di mare, pure si cimenta nell’interpretare quel comportamento, solo osservato alla distanza, e tant’è : anche se, persino in un bambino e comunque arrivato a nascere, l’affetto di soddisfazione entra indissolubilmente in memoria, anzi si rende ripescabile dovunque egli si trovi, possiamo negarlo?

Nel suo ‘Paradiso’ Dante arriva a sfiorare l’algoritmo, prescrizione compiutamente generalizzabile che non prevede soddisfazione.

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 28 giugno 2021



(1)Nel 700°anniversario dalla morte di Dante Alighieri (1254-1321)
(2)Gianni Russomando, note biografiche : “Sono nato a Vercelli nel 1956. Diplomato presso l’Istituto di Belle Arti di Vercelli. Mi definisco un semplice ‘amanuense’. Lontano mille miglia da mostre, concorsi, esposizioni. Utilizzo da poco i social con lo scopo di dare un attimo di serenità in chi guarda i miei modesti lavori.”
(3)Dante Alighieri, ‘Commedia’ (1304-1321) ‘Paradiso’ XXV, 133-135 Garzanti editore 1992