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“Paure medievali”[1].

 

Competenza e suggestioni.

 

 

 

Si incontrano spesso, competenza e suggestione, magari persino l’una a fianco dell’altra e sebbene contrapposte : Chiara Frugoni[2] riprende qui un tema anticipato in ‘Paradiso vista Inferno’ (2019), quello della convenienza di leggi accessibili nella loro comprensione perché una società possa definirsi civile.

A Padova Giotto raffigurava, nel 1305, ‘Iusticia’ e ‘Iniustitia’ nella Cappella Scrovegni, senza poter ancora rinunciare al religioso, ma già annunciando il peso di ‘Vizi’ e ‘Virtù’ nella vita del Comune : ‘Iniustitia’ siede su un trono che poggia su terreno scosceso, instabile ed ispirerà Ambrogio Lorenzetti a collocare ‘Tyrannides’ proprio all’interno di Siena, città di cui vuole illustrare il risultato sia del buongoverno che della tirannide[3].

In entrambi i lavori, sia Giotto che Lorenzetti ammettevano la necessità di un tramite fra la popolazione e lo Stato che non fosse più rivelazione mistica : ai Governi dunque spettava metter mano a leggi il più possibile chiare e comprensibili, dato che anche i viaggi e gli spostamenti – commerciali soprattutto, ma anche migratori dalla campagna alla città e da Paesi lontani - diventavano frequenti e la gente si incontrava molto più spesso che nel passato.

Non esisteva, per i contemporanei di Lorenzetti, che ‘un’ buongoverno : con lo ‘Studium’, o Università, in posizione centrale nella città, ben inserita fra le botteghe artigiane, svolta nelle case ma pubblicamente e quindi con un titolo che gli studenti potevano spendere onorevolmente, al raggiungimento del diploma.

Tuttavia non era raro il rischio che ‘quel’ buongoverno scivolasse nella trascuratezza di appuntamenti ed interessi - proprio come avviene nell’individuo e persino nel bambino quando improvvidamente delega ad un ordinamento altro e trasversale di cui sa poco ma che lo intriga con vie apparentemente facili e che non richiedono negoziazioni : di qui – segnala Chiara Frugoni – il passo è breve all’unica alternativa possibile che per gli uomini medievali è la tirannide, sottomissione patologica anche psichicamente nell’individuo.

Lorenzetti è dunque favorevole a rendere un po’ meno opache le norme del ‘Buon Governo’, che sia retto da un ordinamento percorribile per essere impiegato nei propri appuntamenti e senza interventi statuali : l’imputabilità di una sanzione che possa essere pensata anche premiale orienterebbe allora il vivere quotidiano molto più produttivamente della minaccia castigatoria.

Mi piace inserire qui una notazione appena raccolta dal recentissimo #MMT20 ‘MEETmeTONIGHT’ 2020, ‘Notte Europea della Ricerca’ e rassegna annuale della ricerca universitaria in Italia : si tratta del brevissimo ‘talk’[4] – venti minuti appena, comprese le domande dal pubblico - del prof. Paolo Tedeschi per il Dipartimento di ‘Economia, metodi quantitativi e strategie d’impresa’ presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca :  possiamo, e come calcolare la qualità - che in Italia è altissima - di un buongoverno in campo agricolo che, oltre a concorrere proficuamente al Bilancio pubblico conferirebbe, ai terreni coltivati, un surplus di abitabilità per i residenti, oltre che di attrattiva turistica per tutti ?

 

                                       Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 2 dicembre 2020

 

[1] ‘Paure medievali’, di Chiara Frugoni - ‘Società editrice il Mulino’ (2020)

[2] Chiara Frugoni è una storica, specialista del Medioevo, ed accademica italiana.

[3] Fra il 1338 ed il 1339, Ambrogio Lorenzetti realizzò, presso il Palazzo Pubblico di Siena e per incarico della suprema magistratura dei ‘Nove’ che governava la città, i tre affreschi parietali nella Sala della Pace con le ‘Allegoria del Buon Governo’ ed ‘Allegoria del Mal Governo’.

[4] ‘Il Covid ed il settore agroalimentare’, venerdì 27 novembre 2020. ‘MEETmeTONIGHT’ 2020, ‘Faccia a faccia con la ricerca’ ha visto coinvolte, come per le precedenti edizioni, le città universitarie italiane attorno ad un unico macro-tema, ‘Il futuro’ e con cinque aree tematiche : Salute, Humanities, Smart cities, Sostenibilità, Tecnologia.

 

“Ogni cosa al suo posto”[1]. Nel cinquecentenario di Raffaello Sanzio[2] da Urbino.

Illustrazione originale di Stefano Frassetto[3].

 


 
Dice il Vasari[4] che Giovanni de’ Santi, padre di Raffaello, felice per la nascita del figlio non volle mandarlo a balia, “ma che la madre propria lo alattassi continovamente” ed intanto, “con tutti que’ buoni et ottimi costumi che fu possibile” il bambino venne subito avviato ed ammaestrato alla pittura nella bottega paterna di Urbino : non appena in età, il padre volle presentarlo alla bottega di Pietro Perugino a Perugia che lo accettò in apprendistato e dove già Raffaello si fece notare per come studiava la maniera di Pietro, imitandolo al punto che non era facile distinguere il lavoro dell’allievo da quello del maestro.

Grazie ai suoi modi fini che ben pochi fra gli artisti suoi predecessori manifestavano, Raffaello ottenne presto commesse altolocate, prima a Siena - dove però già lavoravano Leonardo Da Vinci e Michelangelo - poi a Firenze dove cominciò lui stesso a dar lezioni di prospettiva, nella quale eccelleva e che lo appassionava specialmente, dacchè forse l’urbanistica  e l’architettura costituivano la vera novità per l’artista rinascimentale, non più solo decoratore o poeta ma filosofo e teorico a tutti gli effetti[5].


Conobbe ed apprezzò Albrecht Dürer[6] da cui si fece eseguire alcune incisioni su proprio disegno.


Poco si parla del talento speciale e della sensualità amorosa di Raffaello, che il Vasari coglie nel suo ritrarre fisionomie : cosicchè, ad esempio “La Velata” (1516) e “La Fornarina” (1519ca), che pure si ispirano ad “Amor sacro e Amor profano” (1515) del contemporaneo Tiziano Vecellio, non sono però - come quello - ritratti didascalici, e noiosamente pedagogici.


Tornò a Perugia, fu ad Urbino ospite del Duca di Montefeltro, poi di nuovo a Firenze dove lo chiamavano nuove commesse ed infine a Roma nel 1508, dove papa Giulio II - che aveva ordinato l’abbattimento della basilica vaticana risalente all’imperatore Costantino a causa delle contaminazioni del barbaro Medio Evo – commissionava a Raffaello una serie di affreschi grandiosi per la nuova Biblioteca e Tribunale ecclesiastico nella ‘Stanza della Segnatura’ dei Palazzi Apostolici, dove la teologia risultasse apice ed equilibrio delle umane filosofie.


Raffaello, intanto, che - a differenza di Michelangelo - aveva messo sù una produttiva bottega con valenti collaboratori, arrivò a soddisfare le aspettative del committente, senza rinunciare ad uno sguardo velatamente ironico su ciò che rappresentava : quella enciclopedica opera figurativa alla quale pare sia stato accompagnato passo passo da colti funzionari papali.


E così, la sua “Scuola di Atene” apre allo spettatore un disordine composito con al centro il dibattito infinito fra Platone, reale protagonista dell’affresco che indica il Cielo delle ‘idee’, e l’allievo Aristotele che offre invece la sua “Etica” alla elaborazione umana. Attorno a loro si muovono una quantità di personaggi riconoscibilissimi e ritratti nelle realistiche sembianze di colleghi artisti, contemporanei di Raffaello : Socrate maestro di Platone, Pitagora con la perfezione del numero, il berbero Averroè, Euclide, Eraclito, Zoroastro, Diogene per citarne alcuni.


Nessuno di loro si rivolge allo spettatore, ciascuno è preso dalla propria ‘buona’ teoria che argomenta, e sostiene - quando può - con fedeli discepoli. E benchè i cieli atemporali che illuminano la scena non diano indicazioni sull’ora, la data indica il 31 ottobre 1503, giorno della elezione di Giuliano della Rovere al soglio pontificio col nome di Giulio II.


E’ qui finalmente rappresentata la grandiosità ed armonia dell’Architettura, che sa accogliere ed ugualmente sorreggere e presentare, al pubblico ed alla Storia, il moto ed i tratti di filosofi e studiosi.


Un Ordine dunque precede, accetta il disordine degli uomini e, pur rendendolo manifesto e sgradevole, è capace di elevarlo ed offrirgli spazio ed ascolto ?


Raffaello pare condividere il pensiero del committente ma all’unico personaggio femminile dell'affresco – Ipazia, ragionevolmente, la matematica alessandrina che qui però veste un abito bianco-velato e rassomiglia incredibilmente a Raffaello stesso, pure ritratto al lato opposto e simmetrico – affida quello sguardo preciso che cerca lo spettatore e chiede giudizio, riscontro, risposta, rendendosi così legame di imputazione indispensabile per un beneficio ed una ricchezza.

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 12 settembre 2020
 
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[1] “Ogni cosa al suo posto” è il titolo del saggio di Oliver Sacks, pubblicato postumo, in cui il neurologo segnala l’aspetto patologico di malinconia e compulsione, per le quali è condizione indispensabile che ‘ogni cosa sia al suo posto’, anche al costo di manomettere la realtà alla propria fissazione. D’altra parte Sacks indica nel ‘mettere ordine’ la qualità dei pazienti che arrivano a guarire, rendendosi capaci di ‘fare ordine’ a partire dal disordine mentale presente in ogni patologia.


[2] Ricorre nel 2020 il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio che Giorgio Vasari ricorda in “Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri” ‘Nell’edizione per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze 1550’ (Einaudi ‘ET Classici’ 2015, Vol.II p.611 e p.639).“Nacque Rafaello in Urbino città notissima l’anno MCCCCLXXXIII (1483 - ndr), in Venerdì Santo a ore tre di notte… Poi confesso e contrito finì il corso della sua vita il giorno medesimo ch’e’ nacque, che fu il Venerdì Santo d’anni XXXVII (37anni, quindi era il 1520 – ndr)…”


[3] Stefano Frassetto è nato a Torino nel 1968. Dopo la laurea in Architettura al Politecnico di Torino, ha iniziato come vignettista e disegnatore per alcuni giornali locali. A metà anni novanta ha cominciato a pubblicare anche in Francia, prima col mensile ‘Le Réverbère’ e in seguito col quotidiano ‘Libération’ : passato a sviluppare l’attività di fumettista col personaggio di Ippo per ‘Il Giornalino’ e poi la striscia ‘35MQ’ per il quotidiano svizzero ‘20 Minuti’, con l’anno 2000 fa il suo esordio su ‘La Stampa’ come ritrattista per le pagine culturali e per l’inserto ‘Tuttolibri’, poi per il settimanale culturale ‘Origami’. Oggi è anche ritrattista e illustratore presso il quotidiano svizzero ‘Le Temps’.


[4] “Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”, Giorgio Vasari ‘Nell’edizione per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze 1550’ - Einaudi ‘ET Classici’ 2015, Vol.II pag.611


[5] Leon Battista Alberti aveva pubblicato il “De pictura” (1435) ed il “De re aedificatoria” (1485), primi trattati teorici che riguardavano pittura, scultura ed architettura.


[6] “Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”, Giorgio Vasari ‘Nell’edizione per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze 1550’ - Einaudi ‘ET Classici’ 2015, Vol.II pag.629


Born in a USed frame[1].

Costantino Nivòla, fra Salvatore Fancello e Le Corbusier.

 

Nella foto, il dettaglio di un raffinato inserto ricamato a punto ‘chiacchierino’ su una tovaglia in bisso di lino, color verde acqua. “…La psicoanalisi è un camminare a quattro gambe – partnership, ossia senza confusione di soggetti né di gambe – che, se si conclude bene rimarrà come dotazione (‘dote’) anche per la vita successiva” Cit. da : “Un uomo che ha domani”, ‘Opera Omnia di Giacomo B. Contri’ 2015, Sezione ‘Saggi, testi pro-manuscripto’ pag. 12

 

 

 

 

Nato ad Orani, in provincia di Nuoro nel 1911, quinto di dieci fratelli e con il padre muratore, Costantino Nivola si fece presto notare per il suo spiccato talento nel disegno : pur lavorando come manovale col padre ed i fratelli, nel 1926 fu chiamato come apprendista dal pittore Mario Delitala a Sassari, dove poi ricevette incarichi anche da nuovi committenti e fino al 1931, anno in cui con una modesta borsa di studio del Consiglio dell’Economia Corporativa di Nuoro potè trasferirsi a Monza per frequentare l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche.

All’I.S.I.A. di Monza conobbe Salvatore Fancello e Giovanni Pintori, entrambi più giovani di lui e provenienti dalla Sardegna : con loro, nel 1934 organizzerà una mostra di pittura a Nuoro che tuttavia non venne accolta calorosamente. Nello stesso anno fu sospeso dall’Istituto per aver rifiutato di fare il saluto romano, evitando l’espulsione grazie a Gianni Ticca, generoso imprenditore sassarese che gli aveva commissionato le prime opere giovanili : tornato a frequentare l’I.S.I.A., incontrò la giovane Ruth Guggenheim, di origine ebrea, che frequentava lo stesso Istituto e che di lì a qualche anno sarebbe diventata sua moglie.

Nella compagnia di giovani sardi, a cui si unirono Ruth e Renata Guggenheim ed altri amici, Costantino emergeva per la sua intraprendenza e capacità comunicativa, coinvolgendo fra gli altri Salvatore Fancello[2], rimasto da poco orfano di padre e madre e visibilmente gravato di responsabilità, anche economica verso le sorelle e i fratelli rimasti a Dorgali : già talentuoso, minore di cinque anni rispetto a Nivola, all’I.S.I.A. Salvatore frequentava con passione il Corso per ceramisti : Costantino lo riteneva dotato di uno straordinario talento nella pittura, che negli anni successivi l’avrebbe fatto apprezzare come artista e non più come decoratore. Ultimo di dodici figli, Salvatore Fancello manifestò precoci doti nel disegno, tanto che gli insegnanti si adoperarono per fargli continuare gli studi anziché andare a lavorare com’era consuetudine nelle famiglie povere : “Si nota che l’alunno Fancello (…) ha spiccata tendenza per il disegno e le arti applicate, ed è meritevole di tutto l’aiuto…”[3] Potè così lavorare come apprendista con altri coetanei selezionati nel Laboratorio del ceramista Ciriaco Piras di cui restano alcune fotografie dell’epoca : il laboratorio era famoso in tutta la Sardegna perché esportava manufatti grazie a ordinativi continui, e da questa esperienza Salvatore Fancello trasse preziosi collegamenti che gli fruttarono, già nei primi anni a Monza, incarichi dedicati. Nasceva infatti intorno al 1934 il marchio “Creazione Fancello” con i ‘suoi’ oggetti decorati,  segnalati sulla rivista milanese “Domus” diretta dall’architetto e designer Giò Ponti : suo ammiratore e fedele sostenitore fu Giulio Carlo Argan, famoso docente e critico d’arte.

Per la realizzazione dei piatti e vasi commissionati, Salvatore mandava strette specifiche tecniche al laboratorio di Dorgali del cognato Simeone Lai : “Sulla faccia e sulle mani puoi lasciare il colore della terracotta che è bello. Stai attento coi colori e non fare delle cose caramellose. I colori devono essere puliti (poche mescolanze). Come vedi ti ho fatto degli schizzi, così mi sembra abbastanza per darti una idea del colore. In fondo tu che sei lì e vedi tutti i giorni i costumi, li sai più di me…”[4]

L’I.S.I.A. di Monza è una emanazione della ‘Società Umanitaria’ di Milano, celebre istituzione socialista per l’assistenza ai lavoratori, consorziata coi comuni di Monza e di Milano per la gestione di una scuola d’avanguardia nella formazione professionale dei futuri ‘maestri d’arte’ : negli anni ricchissimi a Monza, da giovane taciturno e solitario Salvatore Fancello diventò rapidamente un interlocutore attento e colto verso i suoi stessi insegnanti che apprezzavano ed incoraggiavano la sua arte ispirata all’onirico ed a una rivisitazione fantastica di personaggi ieratici, animali, piante, paesaggi fino alla sua soddisfacente partecipazione alla VI Triennale al Palazzo dell’Arte di Milano – dove dal 1936 si era trasferito insieme a Nivola e Pintori - con un’ampia parete graffita a soggetto ironicamente coloniale ed un mosaico di piastrelle litoceramiche firmato insieme a Costantino Nivola. Gli anni immediatamente successivi furono densi di riconoscimenti dalla critica e con prestigiose commissioni : lavorò a Padova, ad Albisola (SV), infine ricevette l’incarico per un pannello celebrativo, con una figura femminile bianca su un fondo in azzurro cupo di circa 12 metri quadrati dall’architetto Giuseppe Pagano – che, da antifascista morirà  nel Lager nazista di Mauthausen  sei anni più tardi - per la Sala mensa dell’Università “Luigi Bocconi” di Milano ed installato nel 1941 con finanziamento dell’artista stesso, che nel frattempo era stato richiamato alle armi nonostante in molti si adoperassero per evitargli il fronte albanese dove invece morirà nel marzo dello stesso anno.

Già nel 1938 Costantino aveva scelto con la moglie Ruth di trasferirsi negli Stati Uniti, dopo aver saputo che l’amico e pittore sardo Carmelo Floris era stato arrestato e che lo stesso Nivola era ricercato. Salvatore Fancello, che iniziava allora una corrispondenza con la sorella di Ruth, Renata, non rispose all’invito di raggiungere l’amico, né insistette per ottenere l’esonero dal servizio militare. Il suo regalo di matrimonio per Costantino resta quel lunghissimo (668 cm x 29,4) “Disegno ininterrotto” a china ed acquerellato, su carta telescrivente di cui Fancello era sempre fornito, un ‘continuum’ di giorni che preludono alle nozze in cui alla nostalgia per una infanzia troppo breve si collegano apprensioni e forse tacite raccomandazioni sulla eredità di una cultura, quella sarda, ormai così lontana : l’opera restò presso Giovanni Pintori che potè recapitarla agli sposi solo a guerra finita[5].

A Milano, collaborando nel 1937 all’allestimento del Padiglione Italiano all’Esposizione Internazionale di Parigi, Costantino aveva incontrato artisti spagnoli coi quali maturò sentimenti antifascisti e anche a Parigi, dove sostò brevemente con Ruth prima di proseguire per gli Stati Uniti, fornì contributi al giornale del movimento 'Giustizia e Libertà' : giunto a New York trovò incarico come ‘art director’ per la rivista 'Interiors', e potè conoscere architetti e specialisti anche europei del design come Gropius, Breuer, ma anche De Kooning, Léger, Pollock coi quali strinse rapporti di amicizia; aderì alla ‘Mazzini Society’, associazione antifascista frequentata anche da Franco Modigliani e Toscanini e conobbe il giovane architetto Peter Blake. Fra il 1944 ed il 1946 nacquero i figli Pietro e Claire, ed ebbe la sua prima esposizione al ‘MoMa’ di New York.

La frequentazione delle teorie junghiane[6], approdate con popolarità negli Stati Uniti non lo soddisfaceva, in special modo quell’ ‘inconscio collettivo’ che Jung aggancia ad archetipi immanenti, la ‘Grande Madre’, soprattutto.

Per Costantino, Ruth era la novità di una donna partner e non la ‘musa’ ispiratrice, minacciosa nella sua idealità che faceva parte di quegli archetipi che riuscivano a commuovere i modernisti[7].  E’ davvero incisivo il suo percorso individuale e artistico che lo porta a descrivere con distacco la donna-madre che nel 1958 raffigura riconoscibile, gravata e resistente sotto il peso di un massiccio vaso tradizionale (‘Tomba della madre’), per poi successivamente ed in più versioni sfumare nella pietra bianca da ‘civiltà cicladiche’ - per esempio : ‘Madre’ del 1981 - simile ad una nuvola-totem da cui fuoriesce una breve canna, addirittura rassomigliante al precedente ‘Idolo’ (1952) dove la pietra è svuotata al centro.

Nel 1946 incontrò Le Corbusier, con cui per quattro anni e generosamente  divise lo studio - come già era stato con Fancello e Pintori a Milano nello studio di Corso Garibaldi, questa volta però nonostante le intemperanze caratteriali del geniale architetto : ma è grazie alla frequentazione di Le Corbusier che Nivola passò decisamente alla scultura ed all’ ‘arte informale’ che privilegiava la materia ed il modo speciale di trattarla. Nivola iniziò con quella sua tecnica speciale che chiamerà ‘sand casting’, inventata giocando coi figli sulla spiaggia di Springs, a East Hampton e realizzando un primo pannello in gesso per lo showroom Olivetti di New York che gli tributò successo internazionale. E intanto fu nominato direttore del Design Workshop all’Università di Harvard.

E’ presso la famiglia del giovane amico che l’architetto nomade di fama mondiale spesso, e con gradimento, si fermava ospite : lo vediamo nelle foto dell’epoca, incredibilmente e forse per la prima volta nella sua vita pacificato. L’aspra frustrazione di Le Corbusier nel suo secondo soggiorno a New York del 1946, niente affatto gratificato, nonostante le sue validissime referenze, durante quella partecipazione al team internazionale di architetti cui era stato commissionata la progettazione dell’edificio per le Nazioni Unite, lo portò a dedicarsi al disegno che considerava suo vero talento orientativo, ed alla pittura a cui si affacciava dopo aver incontrato il lavoro e l’apprezzamento da un già famoso Picasso[8].

Descritto da chi lo osservava nelle lunghe sessioni di lavoro presso il Quartier generale della Commissione a New York, come un viaggiatore solitario e taciturno, in altre fotografie meno ufficiali di quegli anni restano le sue costruzioni sulla spiaggia insieme a Costantino ed ai bambini, oppure i pic-nic sull’erba nel giardino di casa Nivola con Ruth e la piccola Claire in braccio.

Le lunghissime conversazioni fra Costantino e Le Corbusier, uomini così diversi ma entrambi intelligenti precursori diventò un  apprendimento reciproco che tracciò nella vita di ognuno dei due, profondi e proficui nuovi orientamenti : per l’architetto era impossibile sviluppare idee senza avere una audience, ma le domande e le osservazioni di Nivola furono incisive e durature per la sua stessa arte. Negli anni fra il 1946 ed il 1953 della loro amicizia e compagnia, ‘Le Corbu’ – come amava soprannominarsi - pubblicò l’articolo “L’espace indicible” ed il volume “Poème de l’angle droit”[9] in cui affermava il primato del disegno e della pittura rispetto all’architettura in una continuità ideale che fu il vero ‘leit motiv’ del suo lavoro.

Per Nivola, le pitture murali nella sua casa di Long Island (‘Long Island mural’, 1950) furono un riferimento artistico indispensabile ed un segno certo d’amicizia da parte del più anziano architetto : perché finalmente ‘era’ la pittura che poteva distruggere ‘il muro’ di una parete, creando quello spazio ‘ineffabile’ o ‘indicibile’ del reale che doveva orientare la vita.

Per Le Corbusier fu un vero ‘inizio’, nonostante la sua età avanzata : per la prima volta il suo lavoro si fa qui discorsivo, sottovoce, convincente anziché urlante, maestoso, generalizzato come nei primi frenetici, esplosivivi decenni della sua attività : ed è di questi anni (1950-1955) il progetto per la deliziosa Notre-Dame du Haut a Ronchamp, meta di pellegrinaggi religiosi nella campagna francese.

Ed ancor più spicca il graziosissimo “Le Cabanon” (1950 – 1952), a Roquebrune-Cap Martin, definito da Le Corbusier “il mio castello di tre metri per quattro…”, incastonato nella Cote d’Azur disseminata di ville altezzose : è di soltanto quindici anni prima la maestosa “Le Corbusier-Gallis”, villa progettata per sé e per l’adorata Yvonne che tuttavia non vi si trovava a proprio agio, nella quale le famose finestre ‘a nastro’ e le ‘porte basculanti’ della innovativa ‘machine à habiter’ tentano di dissolvere una ruvida distanza fra uomo e Natura.

Per Costantino Nivola, la lezione appresa da Le Corbusier che tentava ancora, pur se con stanca caparbietà, di aggrapparsi ad un ‘continuum’ de-imputativo del ‘reale’ sulla realtà, lo portò a declinare la novità della sua arte laddove essa veniva apprezzata : così nel  1957 eseguiva la prestigiosa decorazione per il Mutual Hartford Insurance Company di Hartford, Connecticut; nel 1965 realizzava a Nuoro la sistemazione della piazza dedicata al poeta Sebastiano Satta; nel 1967 realizzava sculture per la Public School 320 di Brooklyn, per la White Plains Plaza, per il Children’s Psychiatric Hospital nel Bronx a New York e per numerose altre città americane; nel 1978 cominciava l’insegnamento all’Università di Berkeley in California, dove tenne anche una personale.

La parabola della sua vita può essere considerato un Caso di competenza nella cura del proprio pensiero, dove il giudizio individuale di ‘danno cessante’ inaugura la caduta della propria dis-economia psicopatologica[10] che allontana narcisismo e melanconia : ma individuare il proprio partner di beneficio, lasciando cadere l’Ideale resta un traguardo raro e soltanto umano, cioè logico ed economico insieme.

 

                                                           Marina Bilotta Membretti, Lunedì dell’Angelo 13 aprile 2020.

P.S. Si ringraziano, per i materiali offerti : la ‘Fondazione Nivola’ istituita ad Orani nel 1990 per iniziativa congiunta della Regione Sardegna, del Comune di Orani e della famiglia dell’artista con lo scopo di promuovere la conoscenza delle opere di Costantino Nivola e di altre opere contemporanee/ www.museonivola.it e la Biblioteca Comunale di Biassono (MB).

 

 

 

[1] “Born In The USA” (1984), è un brano rock del cantautore statunitense Bruce Springsteen.

[2] “Alla periferia del Paradiso. Il ‘Disegno ininterrotto’ da Salvatore Fancello a Costantino Nivola”, di Roberto Cassanelli – Jaca Book Wide 2003. Ringrazio la Biblioteca comunale di Biassono (MB) per la disponibilità di questo prezioso volume.

[3] Cit. da : “Fancello 1942”, di M. Labò: si tratta del certificato della Scuola di Avviamento professionale di Dorgali.

[4] Cit.: “Alla periferia del Paradiso. Il ‘Disegno ininterrotto’ da Salvatore Fancello a Costantino Nivola”, di Roberto Cassanelli – Jaca Book Wide 2003/ Lettera al cognato Simeone Lai, 1935.

[5] Nel 1988, alla morte di Costantino, Ruth Nivola regalò ‘Disegno ininterrotto’ al Comune di Dorgali , dove ora si può ammirare nella ‘Civica Sala Fancello’.

[6] Carl Gusta Jung si allontanò dal lavoro di Sigmund Freud, dopo il viaggio del 1909 negli Stati Uniti compiuto con Freud stesso ed i Colleghi psicoanalisti Abraham Brill, Ernest Jones, Sàndor Ferenczi su invito della ‘Clark University’ per un ciclo di conferenze.

[7] Non facile da definire, il ‘Modernismo’ emerse, come corrente e movimento culturale, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, col processo di urbanizzazione che rendeva obsoleti molti canoni della società borghese di inizio XIX secolo : si proponeva anche come rivoluzionario verso il primo capitalismo ed, in un certo senso, semplificatore delle sue istanze. Dovette confrontarsi con le devastazioni delle due Guerre mondiali.

[8] Pablo Picasso visitò nel 1949 a Marsiglia la ‘Unitè d’Habitation’, edilizia popolare progettata da Le Corbusier con le caratteristiche di quel Modernismo in architettura a cui diede il nome di ‘machine à habiter’.

[9] “L’espace indicible”, 1946 in “L’architecture d’aujourd’hui”, numero speciale Novembre – Dicembre, cit. in ”Le Corbusier. Lessons in Modernism”, Catalogo della Mostra svoltasi ad Orani (NU) Dic 2018 – Mar 2019 e curata da Giuliana Altea, Antonella Camarda, Richard Ingersoll, Marida Talamona. 

[10] In “Un uomo che ha domani”, ‘Opera Omnia di Giacomo B.Contri’ 2015 – Sezione ‘Saggi, testi pro-manuscripto’   l’autore e psicoanalista Giacomo B. Contri riprende le figure della diseconomia psicopatologica, ‘danno emergente’ e ‘lucro cessante’ a cui aggiunge una terza figura, ‘lucro non emergente’ (pag.19)

 

#SeTuNonFossiStatoQui# Antonello Da Messina.

Uno dei taccuini originali di Giovan Battista Cavalcaselle presentati alla Mostra di Palazzo Reale a Milano, qui con la ricostruzione che permise al critico d'arte di attribuire con certezza ad Antonello Da Messina il "San Girolamo nello studio" (1474-1475).
I particolari ingranditi dalle opere di Antonello Da Messina presenti alla Mostra di Palazzo Reale e le analisi scientifiche effettuate sono a cura del Centro di Ateneo di Arti visive dell'Università degli Studi di Bergamo.

 

 

Con lo sguardo amorevole di un figlio che da lui stesso si conferma, Giovanni Carlo Federico Villa(1) ha curato la Mostra che oggi è a Palazzo Reale, intitolata a Antonello Da Messina.
Ci interessa molto seguire il pensiero di questo colto e appassionato Curatore che si è accorto ed ha raccolto quell'amore speciale che circondava il maestro Antonello, un amore non 'di massa' quindi, nè vociante ma già chiaramente percepibile presso i contemporanei – e non ci riferiamo solo a Jacobello, figlio diretto di Antonello che completò ed autografò la splendida "Madonna col Bambino" appena abbozzata dal padre, morto solo un anno prima : " 1480 XIII Mesis Decebris / Jacobus Anto.lli filiu no / humani pictoris me fecit(2)".
 
In effetti di Antonello Da Messina si può ben dire che sapeva muoversi nel reale, conoscendo però molto bene la realtà.
 
Giovanni Carlo Federico Villa ci presenta dunque in questa singolare Mostra qualcuno che, ben quattro secoli dopo, a fine '800 agì da figlio premuroso andando a ricostruire con passione e pazienza una eredità nascosta che si rivelò via via non solo preziosa, ma certamente indispensabile per capire la novità del Rinascimento ed anche la sua futura debolezza...
 
Si tratta di Giovan Battista Cavalcaselle, storico appassionato e critico competente che riuscì a recuperare ed inventariare la maggior parte dei quadri superstiti del pittore siciliano, sopravvissuti a terremoti ed alluvioni ma anche trafugati, o ricoperti e falsamente attribuiti(3). La Mostra antepone il lavoro dell'uomo – quello del pittore e quello del critico-storico - all'oggetto finale, che rischia spesso invece di finire in una bulimìa da collezionismo.
 
Diverse opere di Antonello Da Messina in Sicilia erano state distrutte durante il terremoto del 1693. Poi l'alluvione del 1860 aveva spazzato via anche l'umile sepolcro di Antonello, presso la Chiesa dei frati minori di "Santa Maria del Gesù" dove lui stesso, sorprendendo i concittadini, aveva chiesto di essere sepolto. E già in vita Antonello aveva destato stupore, sposando nel 1455 Giovanna Cuminella, vedova con la figlia Caterinella per acquistare la cui dote egli si era impegnato anche finanziariamente.
 
Giorgio Vasari aveva dedicato ad Antonello Da Messina nelle sue "Vite" (1550-1568) una biografia-romanzo, indicandolo come colui che aveva ammaliato 'Giovanni Da Brugia', cioè l'ottimo fiammingo Jan van Eyck da cui Antonello avrebbe ricevuto il segreto della pittura ad olio. Cavalcaselle seppe così che, dopo essersi fermato presso van Eyck fino alla sua morte, Antonello non aveva fatto subito ritorno a Messina, da cui era partito improvvisamente interrompendo i suoi buoni affari di bottega, ma si era diretto invece a Venezia, traslocando con la famiglia che lo accompagnava.
 
E proprio nella sua Sicilia, governata da Alfonso D'Aragona e nel 1430 centro nevralgico d'Europa sia per i commerci che per la cultura, Antonello aveva conosciuto le opere di quegli ottimi tecnici che furono per tutta l'arte a venire gli artisti fiamminghi. Ed aveva deciso improvvisamente di andare a conoscerli di persona, con la carica invincibile di una intuizione sapiente.
 
Intorno al 1860 Cavalcaselle, che precedentemente era già stato incaricato da un Editore londinese di svolgere ricerche sul campo per un'edizione critica de "Le Vite" ma il lavoro si era rivelato troppo ingente da gestire, aveva ricevuto un nuovo incarico dal Ministero della Pubblica Istruzione per redigere un Catalogo delle opere d'arte di proprietà ecclesiastica, nell'Umbria e nelle Marche : lo storico arrivò a realizzare un cospicuo inventario che gli valse l'appellativo di 'continuatore' dell'opera dello stesso Vasari.
Realmente dotato di una memoria visiva eccezionale oltre che ottimo disegnatore, Cavalcaselle riuscì ad attribuire con certezza ad Antonello Da Messina numerose opere che risultavano disperse o falsamente attribuite e per questo percorse letteralmente a piedi o a dorso di mulo chilometri e chilometri fra Musei, Gallerie pubbliche e private e Chiese, animato da una passione sincera che tuttora ci agiterebbe.
 
I suoi taccuini, densi di tratti sapienti ripresi dalle opere di Antonello che egli poteva ragionevolmente collegare a quelle di altri autori che avevano incontrato o lavorato col maestro, diventano poco alla volta per Cavalcaselle il suo stesso 'navigatore', permettendogli di ricostruire ed infine di individuare i percorsi compiuti da Antonello anche oltre i confini dell'Italia(4), ed i lavori eseguiti negli anni ma oramai oscurati dal grezzo della falsificazione e dell'oblìo.
 
Nel percorso proposto dalla Mostra ci troviamo improvvisamente di fronte a "L'Annunciata"(5), ripresa da Antonello nella conclusione della 'meritatio'(6) quando Maria, superato il timore e la perplessità di un annuncio di cui ci offre i soli elementi certi - che sono lei stessa ed il libro aperto alla pagina che sta leggendo - 'pensa' possibile il reale che intuisce e lo accoglie.
Prima donna forse nella Storia della pittura, questa giovane siciliana arriva a permettersi di approvare una propria intuizione - progetto non sappiamo - ma l'innocenza e la soddisfazione del suo sguardo non lasciano dubbi : non certo ci troviamo di fronte una 'donna angelicata' della tradizione 'cortese'(7).
Anzi provoca il confronto con la "Vergine che legge" (1460) (8) di sapore decisamente fiammingo anche nella malinconica trasparenza del volto, distante anni luce da questa innovativa Madonna.
 
E ci si può chiedere cosa sia avvenuto nel pensiero del raffinato maestro siciliano che, superando il suo stesso talento estetico e la maestria tecnica, con una insospettabile vigorìa e già verso il termine della sua carriera, attribuì ad un volto femminile ben connotato e forse riconoscibile, quello sguardo intelligente ed imputativo con un cenno perfino di velata soddisfazione che egli così spesso ritraeva sui volti virili(9)
 
Ma tutt'altro registro la fedeltà devota di Antonello dedica a Cristo, ed alle numerose interpretazioni che lo vedono sofferente, colto nella subitanea tentazione di essere stato abbandonato dal Padre...(10)
 
Molto ancora resta probabilmente da indagare nel lavoro di Antonello Da Messina che, nel primo turbolento Rinascimento in cui visse già arrivava a chiedersi se la colpa – assurda - di cui Cristo veniva imputato non fosse l'inginocchiarsi di fronte alla donna che non aveva conosciuto(11).


 
Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 30 maggio 2019

 

 

  1. Giovanni Carlo Federico Villa (Torino, 1971) insegna ‘Storia dell’Arte Moderna e Museologia’ alla Facoltà di ‘Scienze Umanistiche’ presso l’Università degli Studi di Bergamo, dove è direttore del Centro di Ateneo di Arti Visive. E’ storico dell’arte e consulente storico-artistico presso la Direzione dei Musei Civici di Vicenza e Conservatoria dei Pubblici Monumenti. Ha curato per le Scuderie del Quirinale di Roma le Mostre ‘Antonello da Messina’ (2006), ‘Giovanni Bellini’ (2008), ‘Lorenzo Lotto’ (2011), ‘Tintoretto’ (2012), ‘Tiziano’ (2013) e ‘Antonello da Messina, pittore non umano’ a Palermo (2018), attualmente a Milano fino al prossimo 2 giugno. Ha curato personalmente esposizioni a Bruxelles, Mosca e Parigi. Ha pubblicato per Einaudi ‘Venezia, l’altro Rinascimento’ (PBE Arte, 2014).
  2. “1480 del mese di dicembre, Jacobo figlio di Antonello, pittore non umano mi fece”, autografo riportato in basso a destra sul cartiglio della ‘Madonna col Bambino’ esposta all’Accademia Carrara di Bergamo.
  3. Giovan Battista Cavalcaselle, storico e critico italiano, partecipò alla Rivoluzione del 1848 e per questo fu condannato amorte dagli Austriaci, fuggì dal Lombardo-Veneto a Roma dove combattè sotto la guida di Giuseppe Mazzini. Dopo il crollo della Repubblica Romana, si rifugiò in Inghilterra, lavorando come ottimo disegnatore e restauratore nel ‘Select Committee’ della National Gallery a Londra. Manifestando dubbi sull’attribuzione tradizionale, attribuì invece senza incertezze l’opear ‘San Girolamo nello studio’ ad Antonello da Messina e fra il 1857 ed il 1861 tornò in Italia dove la situazione politica era tornata favorevole.
  4. Nel 1476, chiamato grazie a Leonardo Da Vinci alla corte di Galeazzo Sforza, illuminato ma intemperante Duca di Milano, Antonello Da Messina preferì rimanere a Venezia dove già lavorava : pochi mesi dopo, quando nel dicembre dello stesso anno Galeazzo fu ucciso in un complotto di nobili con conseguenti drammatici tumulti nella città, Antonello tornò direttamente in Sicilia.
  5. L’opera (1475-1476) si trova stabilmente presso Palazzo Abatellis, a Palermo.
  6. La ‘meritatio’ è il quarto momento, conclusivo de ‘L’Annunciazione e preceduto da : ‘conturbatio’, ‘interrogatio’, humiliatio’
  7. ‘Donna cortese’, o ‘dama cortese’ da ‘domina’. È la donna cantata nelle romanze di ‘amor cortese’ in Francia, da cui si diffuse a partire dal XII secolo come reazione alla rigidità sociale dei costumi : è la donna la cui bellezza acceca l’uomo che a lei si sottomette senza aspettare ricompensa, un’estasi insomma.
  8. Datata 1460 ed attribuita ad Antonello da Messina, la ‘Vergine leggente’ è a Milano, presso il Museo Poldi Pezzoli.
  9. Penso soprattutto a ‘Ritratto di giovane’ (1473-1474), Londra – The National Gallery; ma anche a ‘Ritratto d’uomo / Ritratto Trivulzio’, (1476) Torino – Palazzo Madama, Museo Civico d’Arte Antica.
  10. ‘Ecce homo’ (1475), Piacenza – Collegio Alberoni; ‘Ecce homo’ (1468-1470), Genova – Galleria Nazionale di Palazzo Spinola; ‘Cristo alla colonna’ (1478) Parigi, Musèe du Louvre.
  11. Ringrazio il prof. Giovanni Carlo Federico Villa che ho potuto ascoltare nella presentazione dell’11 aprile u.s. presso la Chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Bergamo Alta, grazie all’invito del parroco Don Giovanni Gusmini. E che successivamente ho ascoltato a Milano, nella presentazione a Palazzo Reale lo scorso 4 maggio.