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“Parasite”. Potere agli ingenui?

Screenshot condiviso dal film “Parasite” (2019) : soggetto, regìa, sceneggiatura e co-produzione di Bong Joon-ho. 

 

 

 

E’ curioso che un piccolo Paese - la Corea del Sud – emergente con successo fra i Paesi orientali e nel mondo, abbia prodotto un film – pluripremiato a Cannes 2019[1] - in cui si svela che il segreto del Potere sia l’ingenuità : ed a maggior ragione ciò sorprende perché il film è stato pensato, girato ed offerto meno di un anno prima della pandemia in atto, avviata da un virus sconosciuto ma appartenente al già noto ceppo virale dei ‘Coronavirus’.

Curioso perché il film svolge un’argomentazione interessante, e neppure tanto lontana dal vero, intorno alla capacità degli ingenui di aggrapparsi al Potere e diffondere così a larga macchia il vero volto della ingenuità, per nulla morbida e indolente se non nella sua fondamentale pigrizia.

La competenza del premiato regista Bong Joon-ho è nel segnalare l’habitus del Potere, che non è affatto quello di appartenenza ad una classe, o casta, quanto della capacità disgraziatamente seducente ma niente affatto ‘virale’, cioè biologica, di aggrapparsi alla umanità debole cullandone la debolezza, in un cannibalismo mentale che favorisce scivolamenti incontrollabili e, qualche volta, letali.

C’è spazio per un bivio costruttivo, ed è nella competenza ad individuare le emozioni – solitamente scisse e con una valenza puramente risarcitoria – come aggancio vitale del proprio pensiero per un orientamento a beneficio.

Nessuna ironia dunque nel ben fatto film pluripremiato. Ed in effetti, dal regista di una Nazione in crescita, non ci si poteva aspettare che un blando avvertimento.

 

 

                                             Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 3 settembre 2020

 

[1] Al ‘Festival di Cannes’, 72° edizione 2019 “Parasite” ha vinto la Palma d’oro, oltre che il premio come miglior film, miglior film straniero, miglior regista, miglior sceneggiatura originale.

 

“Tu chiamale se vuoi… Marie!”

Gustav Mahler[1]e la prudenza di Freud.

Illustrazione originale di Stefano Frassetto[2]

 

 

 

“Abissi e vertigini”[3], a volte impenetrabili come nella Sinfonia n°2, a volte invece esaltanti ed irraggiungibili : Gustav Mahler chiamò Sinfonie le sue incontenibili emozioni.

Direttore d’orchestra[4] apprezzatissimo, sebbene non popolare fra gli orchestrali a causa del suo perfezionismo sperimentale, riuscì giovanissimo – e già talentuoso ed infaticabile - a contrastare il padre Bernard - uomo aspro e purtroppo violento in famiglia[5], più che nella bottega di generi alimentari per la quale aveva ottenuto licenza nel 1860 - ed a dedicarsi con profitto agli studi musicali che adorava e da cui Bernard, che coltivò e finanziò il talento di Gustav, pregustava orgogliosi riconoscimenti.

Secondogenito con quattordici fratelli, molti dei quali morirono nella prima infanzia e ritenendosi un sostegno per la madre Marie, umiliata e triste, il giovane Gustav aveva presto imparato, davanti agli scoppi collerici del padre ad estraniarsene, inventandosi un altrove dove la musica “apriva le porte di un mondo fatato”[6] e ad altri non accessibile, come nel celebre ‘Adagio’ della Sinfonia n°10.

Raggiunto il successo e quell’agiatezza insperata che gli consentivano di condurre non solo una vivace vita intellettuale ed affettiva a Vienna, ma anche di trascorrere lunghe e laboriose estati nella deliziosa Maiernigg, sul lago Wörthersee dove volentieri nuotava o remava, Mahler non si allontanava mai da quel dolore così prolifico per le sue produzioni : lavorava in un minuscolo cottage di pochi metri quadrati che si era fatto costruire nel bosco dietro la casa e che ancora oggi è proposto ai visitatori.

Aveva cinquant’anni ed un curriculum invidiabile alle spalle, costruito nota per nota, concerto per concerto, opera per opera senza risparmio di forze né di affetti. La giovane sposa Alma, che dal latino si traduce ‘anima’ e che di secondo nome faceva Marie come la infelice madre di Gustav, era al tempo brillante e splendida violinista, e certo molti rivali gliela invidiavano : entrò nella severa casa del musicista, non ultima di un numero imprecisato di relazioni, candide ed appassionate da parte di Mahler, accettando inizialmente le abitudini solitarie del pensoso compositore.

Nel 1902, novello sposo, aveva terminato di musicare cinque poesie del tedesco Friedrich Rückert e con speciale passione quella ormai nota come : “Ich bin der Welt abhanden gekommen…”, ‘io sono perso al mondo… e riposo in un regno di pace’ (n.d.r.) che riporta un mondo immaginario ma possibile nel quotidiano, anche se riservato ai migliori intelletti.

Immedesimandosi in quella riconciliazione del dolore profondo a cui non rinunciava mai per riuscire a sublimarlo goccia a goccia in una levitazione vivente da cui il corpo poteva scivolare a eco lontana, egli sapeva ottenere una musica che, anche attraverso l’uso degli archi e del frequente tempo di ‘marcia’, poteva risultare persino ipnotica.

Prostrato fisicamente dalla malattia, nel 1910 “Mahler chiese consiglio al neurologo viennese Richard Nepallek, il quale gli suggerì di consultare Sigmund Freud[7].

Freud si trovava a Leyden, in Olanda. Mahler gli telegrafò , e Freud gli rispose invitandolo a venire subito.

Allora Mahler, timoroso del responso, trovò un pretesto per non andare, e così via per tre volte. Finalmente, Freud gli scrisse che l’ultima occasione possibile era la fine d’agosto, poiché egli dopo sarebbe partito per la Sicilia.

Mahler si mise in viaggio di malavoglia, scrivendo ad Alma lungo il percorso lettere da adolescente in ebollizione : del resto, rendendosi perfettamente conto di questa loro qualità, con autoironia.

Freud parlò con lui nel pomeriggio del 26 o 27 agosto. Conversarono per quattro ore, passeggiando per Leyden.

Freud rassicurò Mahler : gli spiegò che la sua età non era un ostacolo, poiché Alma cercava in lui… il padre perduto troppo presto. Anche lui, d’altra parte, cercava in Alma la madre. Quando Mahler gli disse che sua madre si era chiamata Marie, e che Marie era il secondo nome di Alma, decise che Mahler soffriva di ‘Marienkomplex’…

Gustav ritonòr a Toblach più disteso ma… Alma era diventata definitivamente il mito di Alma, ed il loro amore coniugale traduceva la propria realtà terrestre in una proiezione bellissima ed irreale… ”[8] Secondo quanto riferì Freud dopo quella conversazione, Gustav Mahler conosceva bene la psicoanalisi[9].

Ma non la praticò mai.

 

                                      Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 7 agosto 2020

 

 

[1] Gustav Mahler (1860-1911), austriaco di famiglia ebraica fu musicista notevole, compositore e direttore d’orchestra.

[2] Stefano Frassetto è nato a Torino nel 1968. Dopo la laurea in Architettura al Politecnico di Torino, ha iniziato come vignettista e disegnatore per alcuni giornali locali. A metà anni novanta ha cominciato a pubblicare anche in Francia, prima col mensile ‘Le Réverbère’ e in seguito col quotidiano ‘Libération’ : passato a sviluppare l’attività di fumettista col personaggio di Ippo per ‘Il Giornalino’ e poi la striscia ‘35MQ’ per il quotidiano svizzero ‘20 Minuti’, con l’anno 2000 fa il suo esordio su ‘La Stampa’ come ritrattista per le pagine culturali e per l’inserto ‘Tuttolibri’, poi per il settimanale culturale ‘Origami’. Oggi è anche ritrattista e illustratore presso il quotidiano svizzero ‘Le Temps’.

[3] “Mahler. La musica tra Eros e Thanatos”, Quirino Principe 2002 / Bompiani, p.608

[4] Nel 1897 fu chiamato a dirigere la ‘Imperial Regia Opera di Corte’, oggi ‘Wiener Staatsoper’ : per poter accettare l’incarico decise di farsi battezzare, convertendosi al cattolicesimo. Dal 1909 al 1911, anno della sua morte, fu direttore musicale della ‘New York Philarmonic’, ottenendo vasto consenso e successi concertistici.

[5] “Mahler. La musica fra Eros e Thanatos”, cit., pp.86-89

[6] “Mahler. La musica fra Eros e Thanatos”, cit., p.109

[7] Freud aveva all’epoca cinquantaquattro anni, solo quattro più di Mahler ed aveva già pubblicato, fra gli altri, “Psicopatologia della vita quotidiana” (1901) e “Il motto di spirito ed il suo rapporto con l’inconscio” (1905). Ma per Mahler entrambi soprattutto erano ebrei di origine e viennesi di adozione, ciò che favorì la richiesta di quel consulto da parte del musicista.

[8] “Mahler. La musica tra Eros e Thanatos”, Quirino Principe cit., pp.775-776

[9] “Vita e opere di Freud”di Ernst Jones (1879-1958, neurologo e psicoanalista britannico : fu protagonista nell’accogliere in Inghilterra gli psicoanalisti perseguitati dai nazisti; fra il 1920 ed il 1939 fondò e diresse ‘International Journal of Psycho-analysis; fra il 1932 ed il 1949 fu presidente della ‘International Psychoanalytical Association’). Traduz.di A.Novelletto e M. Cerletti, Vol. II, Ed. ‘Il Saggiatore’ pp.107-108

 

La guerra in testa “Astarte”, di Andrea Pazienza .

“Astarte”, di Andrea Pazienza[1].

 

 

Da “Astarte”, di Andrea Pazienza – ‘Fandango Libri’ 2010

 

 

 

“Astarte” è un sogno ? Netto, impressivo, malinconico.

Eppure veder disegnare Andrea Pazienza è un piacere[2]. Azzardo : è finanche una consolazione pensare che Paz, come si lasciava chiamare, abbia almeno assaporato un’ombra di soddisfazione, pur se tratta da fogli bianchi e da grandi muri. Guardandolo, sembra persino facile seguire la sua mano improvvisamente sicura e intenta ricavare un cavallo imbizzarrito, un uomo armato, un orso inferocito.

Astarte è il cucciolo da combattimento di Annibale, eccezionale stratega africano protagonista della Seconda guerra punica (218 – 201 a.C.) : Paz, che è  reduce da un percorso di disintossicazione se ne appassiona al punto da voler farne una storia spettacolare. Nel 238 a.C. Annibale era partito giovanissimo, a nove anni di età da Cartagine[3] col padre, generale Amilcare Barca ed il fratello minore Asdrubale, a capo di un poderoso esercito per sfidare Roma che con la sua potenza li minacciava; restò in Italia quindici lunghissimi anni, arrivando ad attraversare con gli elefanti africani le Alpi innevate e preoccupando i Romani stessi, battuti in Italia più volte prima di impegnarsi a fondo ed arrivare ad annientare Cartagine. “Storia di Astarte” racconta quindi i preparativi e la battaglia del 217 a.C. sul Lago Trasimeno, vinta da Annibale sfruttando anche le tipiche nebbie che avvolgevano il luogo : da questa sconfitta i Romani decisero di cambiare tattica e struttura nel loro esercito. E già era tradizione guerresca, per ambo i contendenti liberare quegli enormi cani, i molossi dell’Anatolia che affascinavano Paz, armati di una spada letale per attaccare di sorpresa i cavalli e le prime file schierate.

Eppure quel cucciolo di gigante che è Astarte fa simpatia, persino nella ferocia della battaglia a cui da innocente viene inviato. Fa simpatia perché il giovanissimo cane paziente obbedisce e, a differenza degli umani che  la guerra se la inventano apposta ogni volta, Astarte fa solo quello per cui viene addestrato… “Io feci ritorno alle gabbie – è Astarte a parlare, esausto dopo l’assalto, nell’ultima tavola di Andrea Pazienza – dove erano già Baal e alcuni altri cani. Il precettore contento ci rifocillò e ci coccolò. Mentre la battaglia ancora infuriava, io e Baal ci addormentavamo vicini per l’ultima volta…”

La storia avrebbe dovuto concludersi a Zama con la prima sconfitta di Annibale e la morte di Astarte ma invece, a sorpresa, la narrazione s’interrompe, conclusa la battaglia vittoriosa. Come conciliare l’umano, infatti e ricondurlo nella storia ?

Alcuni giorni dopo, la sera del 16 giugno 1988 Andrea Pazienza muore nella bella casa in Toscana dove viveva con la seconda moglie ed i due cani.

“Il fumetto è evasione… del resto la parola evasione è una bellissima parola… “ – Roberto Saviano ricorda le parole di Paz nella ‘Prefazione’. Per poterlo raccontare infatti, Astarte deve un po’ di più avvicinarsi all’autore e l’autore un po’ di più entrare in quel cucciolo di gigante così lontano da lui, così mansueto e terribile, così spensierato e, finalmente, crudele.

“ …Resta la calligrafia di un bambino”, ammette Paz con ritrosia commentando i suoi scritti in una intervista del 1987[4]. Ma il segno grafico, no : non era quello di un bambino. “Non vorrei sbagliare…” dice ancora, anzi lo ripete tre volte e sembra eccessivo, perché semplicemente si tratta di qualcosa che non ricorda davanti all’interlocutore. “Non vorrei sbagliare…” e poi ancora: “Non vorrei sbagliare…”

“…Per noi cani è difficile entrare nei sonni degli uomini, io sono riuscito ad entrare nel tuo perché sono un cane molto forte. E tu evidentemente, un uomo molto debole…”, dice Astarte in una delle prime tavole allo stesso Andrea Pazienza, che qui si è auto-raffigurato brutto, col naso a patata ed uno sguardo qualunque che lui non aveva nella realtà.

Fulvia Serra, ex direttore di ‘Linus’ a cui Paz collaborò, commenta[5] la capacità di Andrea Pazienza di aver saputo cogliere le tensioni, i tormenti dei giovani, tanto da persistergli tuttora intatto l’apprezzamento : eppure, proprio ciò che suonerebbe onore verso Paz ne condensa invece una specie di condanna, una pressione da più parti, mai collettiva o innocente, che avrebbe richiesto una difesa adeguata ma purtroppo non agìta.

Avrebbe rivoluzionato il fumetto in Italia, secondo alcuni : secondo altri una capacità addirittura ‘genetica’ di disegnare gli avrebbe reso superfluo l’apprendere, che Paz invece non disdegnava sebbene fosse facile alle distrazioni. Voci faticosissime, invadenti, costose.

A lui coevo, emergeva negli anni ’50 quel ‘chicken game’[6] in cui il ‘pollo’ era chi ‘sceglieva di salvarsi’, saltando via dalla macchina in corsa. E gli esperti sanno tuttora di poter prevedere abbastanza da chi è sensibile a lusinghe e facili promozioni.

La biografia di Andrea Pazienza è una iperbole rapidissima ed esponenziale, fra il 1977 ed il 1987 i suoi lavori erano attesi e richiesti da committenti molteplici ed ansiosi : questo giovanissimo autore timido, perfezionista, che si definiva ‘pigro’ passò invece molto in fretta attraverso il cinema[7], l’insegnamento[8], il giornalismo[9]. Ma Paz offriva solo laddove c’era una sfida cruenta da raccogliere, un duello che facesse sanguinare copiosamente, un corpo-a-corpo coscienzioso e lacerante.

Astarte è un mostro con cui Andrea Pazienza avrebbe, forse, voluto fare pace : ma nessuna pace è possibile, mantenendo il mostro.

Un totem, infatti non è un  nemico qualunque.

 

                                           Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 20 luglio 2020

 

[1] “Astarte”, ‘Fandango Libri’ (2010) da “Storia di Astarte” (1988) di Andrea Pazienza, Prefazione di Roberto Saviano.

[2] ‘Fumettology’, 23 ottobre 2014 – Rai4

[3] “Vite degli uomini illustri”, Cornelio Nepote Cap.II

[4] Intervista 4 aprile 1987 di Carlo Romeo, direttore di TeleRoma56, riproposta anche da Rai3 qualche anno fa.

[5] Andrea Pazienza aveva 21 anni nel 1977, essendo nato nel 1956.

[6] “…In ‘Gioventù bruciata’ (1955) un gruppo di teen-agers a Los Angeles guida l’auto verso la scogliera, vince chi salta fuori dall’auto per ultimo”, p.85 “Calcoli morali. Teoria dei giochi, logica e fragilità umana” di Lazlo Mero - Ed. Dedalo Bari 2012.

[7] Di Andrea Pazienza è il manifesto per il film di Federico Fellini ‘La città delle donne’ (1980).

[8] Nei primi anni ’80 insegnò alla ‘Libera Università di Alcatraz’ (Gubbio-PG), diretta da Jacopo Fo.

[9] Nel 1980 fondò il mensile ‘Frigidaire’, a cui collaborò anche l’amico Tanino Liberatore, già compagno nel Collegio che entrambi frequentarono a Pescara : per ‘Frigidaire’ Andrea Pazienza creò il personaggio di Zanardi, assolutamente negativo ma che Paz riteneva suo ‘alter ego’.

 

 

 

“Sigmund… que c’est Freud l’Amur!"

Sigmund Freud, ‘Lettere alla fidanzata’ (1883)

 

Illustrazione di Stefano Frassetto[1] per TutorSalus.net Il quadro sullo sfondo è ‘Il Cristo del tributo o della moneta’ (1568) di Tiziano Vecellio (ora a Dresda, ‘Gemaeldegalerie’)

 

 

 

“Amore mio caro,

(…) Un altro quadro mi ha incantato, il ‘Cristo del tributo’ di Tiziano, che conoscevo già ma senza averlo notato particolarmente. Questa testa di Cristo, mia cara, è la sola verosimile che possiamo pensare avesse un tal uomo. Mi è sembrato, anzi, di dover credere che egli fosse stato davvero così importante, perché la sua rappresentazione è così riuscita. E in tutto ciò niente di divino, un nobile volto umano assai lontano dalla bellezza, e severità, interiorità, profondità, una mitezza superiore, una passione profonda; se tutto ciò non si trova in quel quadro, allora non esiste la fisiognomica. L’avrei portato volentieri via, ma c’era troppa gente: inglesine che copiavano, inglesine che stavano a sedere e parlavano sottovoce, inglesine che camminavano e guardavano. Dunque me ne sono andato commosso…”

Sigmund Freud, ‘Lettere alla fidanzata’ 20.12.1883

 

 

                                                              Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio domenica 14 giugno 2020

 

                                                                                  

 

[1] Stefano Frassetto è nato a Torino nel 1968. Dopo la laurea in Architettura al Politecnico di Torino, ha iniziato come vignettista e disegnatore per alcuni giornali locali. A metà anni novanta ha cominciato a pubblicare anche in Francia, prima col mensile ‘Le Réverbère’ e in seguito col quotidiano ‘Libération’ : passato a sviluppare l’attività di fumettista col personaggio di Ippo per ‘Il Giornalino’ e poi la striscia ‘35MQ’ per il quotidiano svizzero ‘20 Minuti’, con l’anno 2000 fa il suo esordio su ‘La Stampa’ come ritrattista per le pagine culturali e per l’inserto ‘Tuttolibri’, poi per il settimanale culturale ‘Origami’. Oggi è anche ritrattista e illustratore presso il quotidiano svizzero ‘Le Temps’.