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Ricostruire la città, un lavoro in tre.

Screenshot dal film ‘The hurt locker’ di Kathryn Bigelow (U.S.A. 2008): il bambino Beckam riesce a parare un calcio di rigore, vincendo la scommessa col sergente americano Jones.

 

 

 

 

Ricomincio da Petra[1], città antichissima mai dimenticata, anche se oggi i turisti ci vanno in visita con ‘tour’ organizzati che raccontano anche quello che non verrebbe in mente di chiedere.

In una pausa di lavoro mentre si girava “The hurt locker”[2], a Petra con altri della ‘troupe’ è andato anche l’attore Guy Pearce, il sergente Matt Thompson, e primo artificiere E.O.D.[3] ad entrare in scena. Ammette con sorpresa : “Qui la gente ti guarda, non perde nulla di quello che fai… Da noi in Occidente c’è disinteresse.”[4]

Il lavoro di un tecnico E.O.D. è apprezzato fra i militari, ma molto anche da chi laggiù ci abita e che le bombe se le ritrova letteralmente in mezzo alle gambe uscendo per strada, sotterrate appena da vecchio asfalto smangiato e da ciottoli di pietra : ma nello stesso tempo è un lavoro combattuto, razionalmente e con Coscienza da chi quelle bombe vuole che esplodano davvero, e chi c’è c’è!! ‘Maledetto il Paese che ha bisogno di eroi’ è l’inquietante sottotitolo del film, ed un tecnico E.O.D. non è un eroe, infatti.

“Volevo descrivere il disordine della guerra… “, dice Kathryn Bigelow, regista intelligente e capace secondo gli stessi attori del film, ed anche prima donna in assoluto premiata con l’Oscar nel 2010 come migliore regista. “E volevo ricostruire ‘quella’ passeggiata, di un uomo solo che va a disinnescare la bomba, in mezzo alla città. Volevo che lo spettatore facesse con ‘lui’ quella passeggiata… Se ci sono riuscita, era questo il mio traguardo.”

“Ho potuto farmi appena un frammento di idea di un E.O.D.” - confessa Jeremy Renner, che nel film è il sergente artificiere E.O.D. William Jones - “Ho scritto pagine e pagine - dice - per entrare, per poter capire… A che cosa serve il cinema se non a provocarti un pensiero o, meglio ancora, più pensieri anche in conflitto, che non avevi entrando, prima del film ? Oppure paghi 11 dollari solo per divertirti, ed esci come prima… ” Il film ci conduce attraverso una storia-cronaca surreale e volutamente realistica ma mai facile, sadica.

Beckam è il bambino da cui il sergente Jones acquista al mercato i video-giochi per distrarsi dopo una missione. “…Mi chiamo Beckam”[5], gli risponde infatti con la spavalderia di chi, già a dodici anni sa che al ‘nemico’ non bisogna mai, ‘mai’, dare le proprie generalità : accetta la scommessa di Jones e vince i cinque dollari promessi per parare quel calcio di rigore.

Ed è Beckam stesso ‘the hurt locker’, ‘il custode di ciò che fa male’ e che per i militari americani è anche la cassetta in cui restano gli oggetti da restituire alla famiglia quando un soldato muore.

Beckam, il bambino nelle mani dei ‘suoi’ scaltri adulti, è ormai agonizzante infatti quando Jones e la sua squadra lo trovano su un improvvisato tavolo operatorio in un capannone abbandonato : qualcuno dei ‘suoi’ gli ha malamente inserito l’ordigno nel piccolo petto e lui sta morendo, dissanguato ed inutile alla Causa, perché anche ‘quella’ bomba verrà disinnescata dal ‘nemico’ artificiere. Ma Jones, dopo ‘questa’ missione non riesce a ripartire.

Da solo, per strada s’immagina di riportare il bambino alla famiglia – che non c’è : o almeno a ritrovare chi ha voluto trasformarlo in un corpo-bomba, come lo chiama lui stesso. E invece telefona alla moglie che gli risponde dagli Stati Uniti con in braccio il loro bambino di pochi mesi… Non riesce ad articolare parola, ma è la voce della moglie, è la ‘sua’ casa, è qualcosa.

Il mercante sudicio lo lascia davanti ad una casa borghese, arredata all’occidentale : Jones entra come un ladro e si trova di fronte il padrone di casa, elegante, professore dal nome incomprensibile, che dice di conoscere molte lingue ed invita il sergente americano ad accomodarsi, è un ospite sì ? Ma ‘di Beckam no, non sa niente…’

Nella sua cassetta sotto la branda, insieme a frammenti degli ordigni disinnescati - ottocentosettantasei ne aveva contati – il sergente americano conserva anche l’anello del matrimonio. “Lei è fedele…” confessa ai compagni che gli chiedono.

E lei è anche l’unica a cui, tornato a casa negli Stati Uniti dopo la missione che non lo obbliga a tornare laggiù può dire : “Hanno pochi artificieri…”. E lei, di nuovo, capisce.

Se la guerra è una droga come si legge nei commenti ufficiali del film, qui sono due i linguaggi ed i messaggi offerti allo spettatore, uno dei quali però – e davvero grave – può continuare a rimanere criptato, rimosso o volutamente incomprensibile a quanti nemmeno avranno applaudito perché la storia è poco sensazionale poco catastrofica poco emozionante…

Ed è che la guerra è consolatoria, la vera ‘droga’ consolatoria di quanti non fanno un passo per costruire la pace nelle proprie vite ed ai quali una città, e la gente che ci vive non interessano, se non come oggetti da tenere, o di cui disfarsi.

Le mani pensano, infatti : nessun umano, nemmeno artificiere esperto potrà mai essere un robot.

                                                           

                                                                                                     Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio domenica 7 giugno 2020

 

 

 

[1] Petra, ‘La Variopinta’ come era chiamata anticamente per i colori vivaci dei suoi strati di roccia, si trova tuttora in Giordania, a sud di Amman : al centro di una vasta zona desertica dove l’unica acqua è di origine piovana, possedeva una rete idrica eccezionale di cisterne e canali scavati nel sottosuolo che i Romani usarono come strumento di pressione per arrivare a sottometterla. Fu abbandonata nell’VIII secolo e ‘riscoperta’ solo nel XIX secolo. Della città di Petra si parla nei ‘Manoscritti’ di Qumran’, fra le più antiche copie superstiti dei libri biblici (il 40% dei documenti identificati) che risalgono al periodo 150 a.C.-70 d.C. : ritrovati in Cisgiordania solo fra il 1947 ed il 1956 essi testimoniano del tardo giudaismo, cioè della Civiltà ebraica successivamente alla distruzione del secondo Tempio, che fu già ricostruzione del tempio di re Salomone.

[2] Presentato nel 2008 in anteprima a Venezia in occasione della ‘Mostra internazionale d’arte cinematografica’, ‘The hurt locker’ ha vinto nel 2010 ben sei Oscar come miglior film, migliore regìa (Kathryn Bigelow), migliore montaggio, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, migliore sceneggiatura originale (Mark Boal, giornalista).

[3] E.O.D., è acronimo per ‘end of discussion’ (‘il caso è chiuso’, ‘non voglio sentire altro’) oppure ‘end of day’, per indicare qualcosa che deve concludersi nella giornata. Ma nell’Esercito indica un tecnico volontario esperto nello smaltimento di ordigni esplosivi (Explosive Ordnance Disposal) : la squadra ‘Bravo Company’ nel film è composta da tre militari, due di appoggio e tiratori, ed un artificiere E.O.D. che da solo va a disinnescare la bomba, o le bombe.

[4] I frammenti di dialogo qui riportati sono tratti dal ‘backstage’ del film.

[5] David Beckam (Londra, 1978), premiato come 2°miglior calciatore al mondo nella graduatoria F.I.F.A. 1999 è tuttora quasi una icona per molti giovanissimi appassionati.

 

Π pi greco... l’incorreggibile.

 

 

Descrivendo la costruzione del grande tempio di re Salomone[1] intorno al 950 a.C., la Bibbia lo riporta dandone un valore appena accurato, pari a 3 : ma è certo che fosse conosciuto già 5.000 anni fa perchè gli antichi egizi arrivarono con esso a tracciare e misurare il corso del Nilo le cui piene regolari e devastanti stravolgevano la geografia dei luoghi.

Eppure non fu mai nominato fino al 1706 quando il matematico William Jones, stabilendone il valore pari a 3,14159 periodico, lo chiamò π – forse come iniziale di ‘perimetro’ che in greco antico suona περιμετρος - ed  Eulero[2] adottò il simbolo nel 1737 che rapidamente si diffuse come standard.

Descritto fin dall’inizio come rapporto numerico, costante e misterioso tra la circonferenza ed il suo diametro, per decine di secoli π fu individuato da 22/7. Si può anzi dire anzi che la antichissima definizione di π – capace come si disse ‘di collegare la terra al cielo’ -  segnò anche l’inizio della Geometria, scienza che non necessita di teorie apriori eppure coniuga efficacemente il calcolo astratto con la realtà vivibile. La questione critica dei confini – da sempre foriera di rischiose ostilità – con la scienza geometrica trovava finalmente soluzione, grazie alla misurazione di aree o solidi che potevano ben rappresentare Paesi e proprietà da difendere. Se la piena del Nilo, al suo ritrarsi aveva cambiato i connotati geografici, le misurazioni prese prima dell’evento restituivano la realtà e una pace sociale : ma quel rapporto che restava costante e non ‘finito’ e che coniugava ogni ansa del fiume, quindi semisferica, col suo diametro sorprendeva non poco gli increduli tecnici dell’antico Egitto.

Di più : essi trasalirono nel riferire ai superiori, e questi bisbigliando agli alti funzionari e fino al divino Faraone, perché in quel misterioso rapporto qualunque sequenza di numeri era compresa, qualunque simulazione di formule anche complesse, e senza offrirne spiegazione…

La realtà era incredibilmente di un divino calato fra gli umani e rimasto nascosto, pur essendo presente chissà da quanto tempo e in quali altre forme, incomprensibile ma rappresentabile, dunque mistero e tesoro che la Civiltà dei Faraoni seppe invero ben centellinare nei secoli, garantendosi altresì sottomissione e impero.

Ma nel 1906 il ritrovamento di una pagina illuminò finalmente sui traguardi raggiunti usando la legge della leva per calcolare aree, volumi e centri di gravità : era la ‘Lettera sul metodo’[3] che Archimede[4] di Siracusa, scienziato raro ma devoto al monarca e tiranno Gerone II[5] che di lui non poteva fare a meno, aveva scritto ad Eratostene[6] di Alessandria d’Egitto, dirigente della ricchissima Biblioteca nella quale lo stesso Archimede aveva studiato, grazie alla sovvenzione di Gerone.

Gli studi in Egitto avevano infatti permesso ad Archimede[7] di attingere ad analisi, dati e documenti forse antichissimi e certo preziosi che gli aprivano la strada ad un nuovo metodo, quello di dimostrare la teoria mediante enti meccanici : percorrere una spirale, per esempio permetteva di misurarne il perimetro, assai prossimo ad una circonferenza, che in questo modo si collegava ad una qualsiasi linea curva e persino alla linea retta che della curva costituisce un caso particolare. Ed il punto stesso, allora ? Provatevi a misurarlo senza almeno immaginare di poterlo ingrandire.

Stupisce tuttora infatti che Archimede non potesse avvantaggiarsi di informazioni algebriche o trigonometriche, perché egli derivò tutti i suoi risultati da mezzi esclusivamente geometrici, quindi superfici e solidi, che gli consentirono però di approdare a tesi conclusive fondanti il ‘calcolo infinitesimale’ ed il ‘limite’ : la circonferenza era sì formata da infiniti punti tutti equidistanti da un unico centro, ma essa poteva essere assimilata ad un numero sempre crescente di poligoni con lati uguali, cioè regolarissimi ed in numero crescente, essi stessi sovrapponibili alla circonferenza che risultava così misurabile e non più misteriosa.

La scientificità provata del moto diventava preferibile alla immobilità incomprensibile ed irrelata del teorico, e divino, apriori.  

Si può dire che π sia riuscito a dividere il suo pubblico fra teorici agguerriti che continuamente segnalano questioni tuttora aperte e fruitori semplicemente grati del servizio offerto da questo umile valore.

Sarà così che si governa ?

 

                                                               Marina Bilotta Membretti, domenica 31 maggio 2020

 

<Rifer. Illustr.: 0_5471623_125008.jpg>

 

[1] J.J.O’Connor / Honorary Senior Lecturer in‘Computational Algebra’ e E.F.Robertson / Professor Emeritus of Mathematics presso ‘School of Mathematics and Statistics’ - University of St. Andrews (Scotland) sono gli autori di ‘A history of Pi’ / Agosto 2001 e citano un versetto della Bibbia presente sia in ‘Libro I Re 7, 23’ che in ‘Libro II Cronache 4, 2’.

[2] Leonhard Euler (1707 Basilea, Svizzera –  1783 San Pietroburgo, Russia), matematico e fisico più spesso noto semplicemente come Eulero.

[3] La pagina fu inizialmente denominata ‘Il metodo di Archimede dei teoremi meccanici, a Eratostene’ dallo studioso Heiberg che la ritrovò ad Istanbul, mescolata ad altre carte : la lettera è anche Premessa al Trattato di Archimede ‘Sulle spirali’.

[4] Archimede ( 287 a.C. – 212 a.C.) nacque e morì a Siracusa, in Sicilia ma a lungo soggiornò ad Alessandria d’Egitto per completare ed affinare i suoi studi

[5] Anch’egli siracusano (308 a.C. – 215 a.C.) Gerone s’impadronì del potere con l’appoggio delle classi popolari ma senza stravolgere leggi ed istituzioni preesistenti : pertanto il ‘tiranno’ in una città-stato come Siracusa, fondata da ex coloni greci veniva accettato, nella Grecia del VII e VI secolo a.C., anche dalle autorità di Atene.

[6] Eratostene di Cirene (Cirene, 276 a.C. – Alessandria d’Egitto, 194 a.C.) fu matematico e geografo insigne e nominato Bibliotecario della Biblioteca di Alessandria d’Egitto, la più importante biblioteca dell’epoca antica.

[7] Vorrei citare la interessante Mostra 2019-2020 ‘Archimede a Siracusa’ con le macchine di Archimede ricostruite in legno ‘da toccare’ e applauditissime, presso la ‘Galleria Civica Montevergini’ a Siracusa-Ortigia, curata da Giovanni Di Pasquale con la consulenza scientifica di G.Voza e C.P.Voza.

 

“Persepolis”.

Da souff(e)rance a douleur ??

 

 

 

 

In un eccellente ‘Seminaire’[1] di Jacques Lacan, il famoso psicoanalista parigino appassionato di Freud segnalava quel gioco sapiente dell’inconscio per cui l’assenza, o la presenza di una sola lettera in una parola può avvicinare o tenere distanti due significati non proprio rassomiglianti. Si trattava della parola ‘souffrance’ che in francese si traduce con ‘transito’, ‘giacenza’ e viene comunemente usata anche per i servizi postali e la corrispondenza : ma è sufficiente inserire una ‘e’ et voilà! quella parola diventa ‘soufferance’, una tensione sospesa in attesa di soluzione che descrive efficacemente ciò che Freud intendeva con ‘pulsione’. ‘Soufferance’ dunque non avrebbe un destino pre-giudicato verso ‘la douleur’  se mantiene però la sua qualità di ‘souffrance’ cioè di una giacenza ‘temporanea’, un ‘transito’ appunto nella elaborazione di una soluzione soddisfacente che non può essere logicamente melanconica, o narcisistica sebbene spesso e, con ‘danno emergente’[2] risulti socialmente compassionevole.

Mi trovo quindi a ringraziare sinceramente Marjane Satrapi per il suo notevole “Persepolis”[3], opera prima ed in prima persona per la ‘prima’ graphic novel iraniana : i disegni semplici sono assolutamente espressivi e molto ben ambientati, la prosa è efficace e soprattutto non sfuggente. Ed è già la sorprendente copertina a svelare qualcosa di un potente messaggio : in primo piano c’è il profilo di una giovane donna con gli occhi chiusi ed un grosso neo a lato del naso, in secondo piano invece è una bambina a guardare il lettore con occhi ben aperti e senza quel neo che Marjane racconta essere comparso proprio nella sua trasformazione da adolescente a donna, insieme ad una notevole altezza fisica.

Pochissimo dice Marjane Satrapi sulla scelta del titolo, “Persepolis” a cui dedica un capitolo abbastanza oscuro ed appena qualche cenno qua e là sparso nel racconto : Persepolis, tradotto dal greco antico risulta semplicemente ‘città della Persia’ ma fu la seconda delle cinque antiche capitali successivamente a Pasargade (e quindi con Babilonia, Susa ed Ecbatana) e fu fondata intorno al 515 a.C., a 1700 metri sul livello del mare e a circa cinquanta chilometri a nord della attuale città di Shiraz nella provincia di Fars in Iran. La storia di Persepolis, che Dario rese la splendida capitale di Persia con palazzi e terrazzamenti, si lega al mitico ‘Jamshid’, il ‘Raggiante’ – nell’antica Lingua avestica Jam-Shid risulta dall’unione di due nomi, ed è oggi un nome maschile diffuso - che dà il nome di ‘Trono di Jamshid’ al sito sul quale tuttora poggiano i fastosi resti di Persepolis : di lui si tramanda negli scritti zoroastriani che fu sovrano di un’antichissima dinastia e che avesse ricevuto dal ‘Creatore onnisciente’ un anello per sigillare ed un pugnale intarsiato, entrambi d’oro, per ricevere e portare la sua legge sulla Terra.

Si potrebbe dire, in questa mitologia, che l’alleanza fino a coniugale con l’umano – e pazientemente ricercata dal ‘Creatore onnisciente’ - lo sia esclusivamente grazie ad una intelligente capacità di ‘lavoro’ che contraddistinguerebbe uomini e donne sulla Terra.

“Nella mitologia greca gli eroi sono predestinati, mentre nel ‘nostro’ mito il concetto di ‘fato’ non esiste…”, spiega nel fumetto la studiosa iraniana interpellata da Marjane[4] quando lavora, insieme al marito Reza ad un Progetto loro commissionato dall’Università di Tehran.

Mano a mano che le pagine di “Persepolis” scorrono, infatti, la scelta di quel titolo trova riscontro nelle vicissitudini di Marjane, la quale inizia da una infanzia protetta in cui, come figlia di genitori progressisti benestanti e di nobili origini, sa scoprire i punti oscuri di una Cultura antichissima complessa ed autoreferenziale : è normale, si chiede infatti Marjane a dieci anni imputare ai figli le colpe dei padri ? E’ normale farsi servire in casa da una coetanea perché venduta da genitori ‘poveri’ come domestica di famiglia ? E’ normale ammettere che l’appartenenza ad una classe sociale sia socialmente discriminatoria ?

Marjane si ritiene “…nata con la religione” e da bambina spesso si ritrova a parlare direttamente con Dio, “…sicura di essere l’ultimo dei profeti”[5] : e la rassomiglianza con ‘Il Raggiante’ è davvero impressiva.

Arrivano gli anni della dittatura khomeinista con le sue feroci repressioni e limitazioni : se i genitori si opponevano allo Scià[6] ora non possono appoggiare una Cultura integralista che vieta qualunque iniziativa ed individualità, fino a decidere ciò che altre famiglie già cominciavano a fare, cioè far trasferire i figli all’estero. Nel 1984 Marjane  parte allora per Vienna dove si fermerà quattro anni, completando gli studi che in Iran le sarebbero stati vietati ma incontrando coetanei, famiglie ed istituzioni davanti a cui è impreparata, sebbene intelligente e colta.

“Io facevo finta di partecipare, ma non aspiravo il fumo…”, “…poi simulavo risate sfrenate, ero abbastanza credibile”, “Arrivai persino a negare la mia nazionalità”[7].

Tornata in Iran, ritrova ancora più soffocante l’atmosfera repressiva del Paese eppure, con molta determinazione decide : “Da oggi in poi, voglio cambiare vita…” Incontra Reza, con cui prepara e supera il ‘Concorso Nazionale’, necessario per essere ammessi all’Università. Ed un giorno in città, per evitare uno dei frequenti posti di blocco dei ‘Guardiani della Rivoluzione’ Marjane denuncia come molestatore uno che non c’entrava nulla, e che viene arrestato : ma ammette che, a causa di quel regime, ‘condotta pubblica’ e ‘condotta privata’ erano agli antipodi…[8]

Decide quindi di sposare Reza ma ricorda che, quando si ritrovò nell’appartamento da sposi, lei si era già ‘pentita’[9] e, forse anche per questo, tre anni dopo e nonostante la lucidità di lui che ammette le ‘pressioni sociali’ capaci di incrinare un rapporto[10], deciderà invece di divorziare e di trasferirsi in Francia dove, a ventisei anni inizierà la promettente carriera di fumettista e proprio grazie al successo di “Persepolis”, coinvolgente e limpida narrazione senza conclusioni di una resistenza al ‘nuovo’, davanti a cui gli archetipi culturali – per chi li usa - restano un muro.

Marjane ammette nelle ultime pagine[11] che “Quando i problemi non sono più accettabili, il solo modo di sopportare l’insopportabile è di riderci sopra…”

Ma il ‘lavoro’ è concludente, oppure non è : e riderci sopra, banalizzandolo cioè, suona stridente contraddizione proprio con quella splendida e pur marmorea “Persepolis”, storicamente fondata per suggellare la domanda divina all’umano, nei secoli.

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 1 maggio 2020

 

 

 

[1] “Il seminario su ‘La lettera rubata’” in “Jacques Lacan. Scritti” Vol. I a cura di Giacomo B.Contri, ‘Giulio Einaudi editore SpA’ 2002 / pagg.27-30

[2] ‘Danno emergente’ è, con ‘lucro cessante’ e ‘lucro non emergente’, una delle tre figure della diseconomia psicopatologica in “Un uomo che ha domani”, di Giacomo B. Contri / pag.19, in ‘Opera omnia’ 2015 – Sez. Saggi, testi pro-manuscripto.

[3] “Persepolis”, di Marjane Satrapi per ‘Rizzoli Lizard’ – Mondadori Libri SpA / 12° edizione 2019 : titolo originale “Persepolis. Histoire d’une femme insoumise”. Mi è stato regalato da Laura Santalucia, Federica Membretti, Marco Membretti che ringrazio specialmente per il lavoro a cui, con questa cospicua autobiografia mi hanno invitata.

[4] “Persepolis”, citato, pag.337

[5] “Persepolis”, citato, pag.8

[6] Mohammad Reza Pahlevi fu l’ultimo Scià di Persia fino alla Rivoluzione Islamica del 1979 : abbandonò il Paese per l’Egitto dove trovò asilo.

[7] “Persepolis”, citato, pag.198-201

[8] “Persepolis”, citato, pag.294-295, pag.314

[9] “Persepolis”, citato, pag.326

[10] “Persepolis”, citato, pag. 347

[11] “Persepolis”, citato, pag. 275

 

 

 

 

L’Occidente si svegliò a Oriente inoltrato’ [1].

Da “Mappamondo”, di Massimo Bucchi[2].

Nella foto, la mia copia di lavoro in Studio.

 

 

 

 

 

Sognare è un alibi ?

In “Mappamondo”, di Massimo Bucchi io ho trovato che sì, sognare è la propria, personalissima ‘mappa del mondo’.

Che ci conviene però non rimuovere quando, da svegli, ognuno di noi cerca di salvarsi come può dal pedagogismo ormai globale. L’alibi confortante del sogno è certamente una difesa, ingenua però e pertanto espugnabile, a meno di un lavoro niente affatto banale, la cui preziosa efficacia resta individuale e quindi non cedibile a terzi.

‘L’Occidente si svegliò a Oriente inoltrato’ è un magnifico aforisma coniato da Massimo Bucchi, che mi ha fatto pensare, in queste settimane di isolamento per pandemia da contagio dallo sconosciuto Coronavirus in cui l’Oriente si è assicurato un ruolo da protagonista : proprio come nei sogni notturni, il totem-di-guardia c’è, sebbene completamente addormentato.

E descriverlo si può – ci conferma Massimo Bucchi - ma sostituendolo con una sua più morbida rappresentazione, altrimenti il sogno smette di essere quel fantastico mondo in cui rifugiarsi per dimenticare. O dal quale quotidianamente fuggire banalizzandolo al risveglio, cioè promuovendolo ad Ideale : perché anche le rappresentazioni ‘morbide’ possono trovarci impreparati, eppure altrettanto, e stoltamente, arroganti.

Insomma : curar-si, o evadere ? E’ un bivio per ciascuno, non eludibile.

Come sia arrivato Massimo Bucchi a concepire così precocemente ‘L’Occidente si svegliò ad Oriente inoltrato’ non ci è dato di sapere anche perché un artista, di solito smette di cercare le ragioni del suo pensiero, per poter creare : e la creatività stessa, che pur richiede talento ed applicazione, rifugge dal verbalizzare che tuttavia non esclude un verbalizzare successivo, ed anche più produttivo.

Qui possiamo osservare divertiti che una bussola antica è quanto di vitale resta a fianco del monumentale leone di pietra immerso nel sonno, la cui enorme zampa rilasciata non può far temere, almeno finchè dorme.

Ed è così che l’opera compiuta raggiunge il pubblico, appagato senza lavoro e senza profitto sia che si tratti di scultura, di musica, o di grafica : dacchè la satira è solo una parte di quell’universo - accessibile a pochi - che resta l’umorismo, capacità solo umana di poter riassumere in pochissime parole un giudizio innocente che la coscienza non deve fare a tempo a raccogliere, ed è subito detto.

‘Celui-qui-me-fait-guerRire’ resta un mio aforisma – non più inconscio quindi - nel riconoscere la preziosa intuizione di Freud riguardo all’umorismo.

E quindi la coscienza cos’è ? Quel magone stabile che scarta il riso.

 

                                                       Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 31 marzo 2020

 

 

Riprenderò lunedì 13 aprile.

 

[1] E’ il titolo di una delle vignette di Massimo Bucchi pubblicate nella raccolta “Mappamondo”, 2016 / Ediz.: “il Saggiatore”.

[2] Massimo Bucchi è nato a Roma nel 1941. Ha iniziato come cronista di cronaca nera, per poi dedicarsi alla grafica come ‘art director’. La sua passione per l’umorismo, coltivata fin dalla prima adolescenza lo porterà ad investire il suo talento nelle diverse e prestigiose collaborazioni a cui via via viene chiamato, ed anche nel cinema : certamente spiccano i suoi pluriennali contributi per “Repubblica”, oltre a numerosi premi ricevuti. Ha curato interessanti mostre dei suoi lavori.