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Conversazione con… Christian Loor Loor.

Intuizione, progetto, realtà : così nasce una impresa.

L’abito che ho scelto per introdurre l’intervista a Christian Loor Loor è “La dama con l’ermellino”, realizzato dal Laboratorio sartoriale di ‘Catena in movimento’, all’interno della ‘II Casa di reclusione di Milano Bollate’ per la Mostra “Leonardo prigioniero del volo” www.leonardoprigionierodelvolo.com presentata recentemente a Palazzo Morando a Milano, ed a cui hanno collaborato “Il Teatro della Moda”, Industrie Ratti SpA, il Comune di Milano e stilisti già affermati. I trenta abiti rimarranno in vendita ‘ad asta pubblica’ fino a fine marzo 2020 : il ricavato sarà devoluto a V.ID.A.S. per il primo hospice pediatrico  in Lombardia./ Riferim. Illustraz.: 0_5443678_125008.png

 

 

Ecco la descrizione dell’abito presentato a Palazzo Morando :

“…Questa opera mi ha colpito per la naturalità e la delicatezza che riesce a trasmettere, qualità che vanno oltre la bellezza.

Cecilia Gallerani, soggetto del dipinto del Maestro, era figlia di un nobile milanese molto facoltoso.

Prendendo lei come musa ispiratrice, ho voluto rendere omaggio sia alla bellezza delle donne milanesi sia a Milano, la città che accoglie questa mostra e in cui Leonardo ha lavorato.

Dal punto di vista tecnico ho disegnato un abito molto semplice, seguendo un taglio a sirena molto lungo e con una semi-campana nella parte inferiore dell’abito. Questa scelta è stata fatta per

sottolineare le forme femminili delle donne.

Ho anche progettato una scollatura da un lato, mentre dall’altro ci sarà una manica sporgente con dettagli realizzati in manipolazione di tessuto e ricami di pietre semi preziose.

Tutto attorno al corpo del vestito si avvolge l’ermellino, come nel disegno. Nella parte davanti dell’abito è stato dipinto il volto della “Dama”.

Il tessuto che ho scelto per questo abito è di seta molto delicata, in color oro lucido.

L’ermellino è stato realizzato in una tonalità più scura e con pelliccia artificiale.

Ho scelto di collaborare per la creazione di questo abito con gli artisti del laboratorio di Artemisia, i quali si sono occupati di dipingere il volto della dama sul tessuto.”

 

L’idea di questa intervista è nata grazie alla conversazione con Christian Loor Loor che si è offerto di guidarmi a Palazzo Morando, fra gli abiti realizzati ed esposti a “Leonardo prigioniero del volo” : mi ha spiegato l’origine di questo Progetto e la straordinaria collaborazione che ne è scaturita fra i giovani detenuti della ‘II Casa di reclusione di Milano Bollate’, gli allievi di “Il Teatro della Moda” e stilisti già affermati che hanno voluto partecipare.

L’idea del progetto è stata infatti di Christian Loor Loor, che ha saputo proporlo alla dottoressa Simona Gallo, funzionario giuridico-pedagogico ed incaricata dal Ministero di Giustizia presso la ‘II Casa di Reclusione di Milano Bollate’ : grazie a Simona Gallo la proposta ha ottenuto l’autorizzazione necessaria per iniziarne la realizzazione.

Regista e reale coreografo dietro le quinte del Progetto, come normalmente avviene nella realtà, Christian Loor Loor ha saputo quindi coinvolgere i compagni del Laboratorio sartoriale da lui già avviato per ‘Catena in movimento’, iniziativa di alcuni detenuti di Milano Bollate nell’ambito di “Giustizia riparativa” prevista dal nostro Ordinamento : ed ha saputo richiamare e trovare collaborazioni all’esterno, quali l’assistenza formativa di “Il Teatro della Moda”, l’offerta di Industrie Ratti Spa che ha fornito tessuti e stoffe al Laboratorio sartoriale, il patrocinio del Comune di Milano e l’ospitalità presso Palazzo Morando fino ad ottenere il raffinato risultato di una Mostra con numerosi partners sociali che si propone di supportare, con il ricavato della vendita ‘ad asta pubblica’ degli abiti il primo hospice pediatrico di Lombardia voluto da V.I.D.A.S., Onlus per l’assistenza gratuita ai malati inguaribili.

 

  1. Com’è nato il titolo della Mostra, “Leonardo, prigioniero del volo ?”

C.L.L. Anzitutto grazie per l'attenzione dimostrata dall'opinione pubblica e da chi è venuto a visitare la mostra, il nostro è stato uno sforzo di quasi 140 persone, sicuramente ognuna di queste persone ha esperienze ricche da raccontare riguardo al proprio impegno nella realizzazione del Progetto.

Noi siamo un gruppo, una squadra di calcio mi viene da dire, il nostro Mister è  la Dott.ssa Simona Gallo. Noi insieme abbiamo scelto di denominare il progetto “Leonardo prigioniero del volo” perché troviamo una relazione diretta tra noi "detenuti", in quanto soggetti in stato detentivo, reclusi, chiusi, etc., e Leonardo da Vinci con il suo sogno, quasi una ossessione di "volare"… Nella nostra esperienza, fin dal primo istante in cui una persona viene arrestata, e quindi messa nello stato detentivo ha un solo pensiero, ricorrente e molto presente nella testa, costantemente… "Avere le ali e volare". Questa fase della detenzione, in cui desideriamo tutti di volare fuori dalla cella detentiva attraverso le sbarre è molto lunga e ci accompagna per anni. Inoltre, abbiamo immaginato la vita di Leonardo da Vinci immerso nella costante ricerca della possibilità e della dinamica del volare, una vita, la sua, quasi vissuta come una prigionia, così ci è sembrato.

 

D Che posto ha, nel quotidiano l’attività creativa – intendendo musica, pittura, danza, poesia, ricamo e altro… ? Distrae e allontana dalla realtà, o aiuta a vivere meglio? In che modo?

Posso parlati delle attività che come gruppo "Catena in Movimento" abbiamo svolto in specifico con questo Progetto : per me, il cucito e il ricamo, all'interno del contesto carcerario può essere paragonato alla poetica narrazione di Penelope. Cioè, mi vedo e vedo i miei compagni di gruppo come "gli uomini Penelope del carcere di Bollate" : sicuramente dedicare ore, giornate, settimane e mesi a questa attività distrae e in certa maniera riusciamo ad ingannare il tempo, come faceva Penelope nell'Odissea di Ulisse, forse però non ci accorgiamo di tutta la ricchezza che tutto questo ci lascia…

C'è chi impara qualcosa di nuovo, c'è chi scopre una passione nascosta, ci sono gli scambi di idee, le interazioni tra di noi, ci sono i confronti con le realtà esterne a noi, ci sono dinamiche che dobbiamo imporci, del tipo : l'impegno e la disciplina per avere i risultati.

Ci sono gli sbagli e gli errori che ci permettono di accettare e capire umilmente quali sono le nostre risorse, i nostri limiti e le nostre debolezze, e soprattutto che cosa dobbiamo fare singolarmente, e come gruppo, per migliorare o per raggiungere gli obiettivi.

Il progetto di ‘Catena in Movimento’, che è stato avviato grazie all'impegno della ‘II° Casa di Reclusione’ di Milano – Bollate e specificamente della Dr.ssa Simona Gallo, la nostra coordinatrice e referente - ci dà la possibilità di mettere in azione queste dinamiche, che formano parte del programma di rieducazione e trattamento, e che ci offre nuove risorse per il nostro reinserimento nelle relazioni quotidiane al di fuori dello stato di detenzione. 

 

  1. Che posto ha il silenzio nella vita quotidiana? Aiuta nel lavoro, oppure no?

Il silenzio è poesia. La narrazione di questo progetto è poetico : quando mi chiedi del silenzio, penso con nostalgia ai momenti in cui osservavo tutti i miei compagni, come in una danza corale, si sono dedicati ognuno nella propria azione specifica a creare gli abiti ispirati a Leonardo da Vinci. Il silenzio per noi, "detenuti" è necessario anche se, purtroppo, abbiamo sempre qualcosa da dire : forse è la sofferenza, o la non soddisfazione di ciò che accade, il non sentirci conformi con tutto ciò che avviene, allora abbiamo bisogno di "manifestare" e quasi "urlare", il nostro pensiero e le nostre emozioni (parlo per me e per i miei compagni di gruppo).

Ogni essere umano trova il sistema, il canale o il metodo di come manifestarsi, noi siamo una catena umana che insieme abbiamo qualcosa da dire : il nostro motto è fare la differenza.

Vorremo essere dei detenuti che facciamo la differenza (in senso positivo), la differenza nella nostra e nella storia in generale del sistema penitenziario, abbiamo iniziato qui a Bollate desiderosi di essere replicati ovunque. 

 

  1. Quali riconosce come Suoi talenti, anche provenienti dal passato ?  Ha scoperto ora nuovi talenti ? Come li sta investendo, usando?

Quando entrai in carcere, il 25 gennaio del 2012, fin dal primo momento dissi a me stesso: "Devo fare da questa situazione una esperienza  ricca e straordinaria, senza immaginare che sarei rimasto dentro tutti questi anni. 

Io vengo da una Scuola di recitazione e Teatro, sono drammaturgo e regista di Teatro : dunque fin da bambino sono alla ricerca del nuovo e dello sconosciuto riguardo all'essere umano e alla nostra società; vivere le esperienze dalle quali io possa creare qualcosa è una necessità di vitale importanza, non potrei vivere se non potessi creare.

Questi otto anni di detenzione sono stati ricchissimi di esperienze, è stata la stagione più produttiva della mia vita come essere umano : ho seminato, ho raccolto annate straordinarie. Ho avuto l'opportunità di smontare il mio "io", pezzo per pezzo e l'ho ricostruito nuovamente, purtroppo sono diventato un gigante.

Ora non sono più "io", sono "noi", e mi piace di più, questo è il talento che ho scoperto in carcere. 

 

  1. In Mostra c’era un abito molto bello con l’applicazione di ruote ricamate : il lavoro di preparazione di abiti così eleganti muove anche la rappresentazione di sé ? In che modo ?

Questo abito è ispirato al sistema meccanico dell'ingranaggi (presentato su www.tutorsalus.net il 7 marzo scorso - ndr) che Leonardo da Vinci inventò : il nostro compagno di gruppo che lo scelse come soggetto di ispirazione per realizzare l'abito di cui mi parli, trovò una relazione filosofica tra "gli ingranaggi" e il suo stato detentivo e il programma di reinserimento all'esterno delle mura carcerarie. Lui vide sé stesso nel movimento delle ruote dell'ingranaggio : infatti, rilevava lui come una piccola rotella spinge le altre rotelline e crea un movimento continuo. Per l'autore di questo lavoro d'arte, ognuno di noi ha degli ingranaggi, in senso rappresentativo, e sono queste rotelline a mettere in atto le nostre azioni che formano il percorso di rieducazione..

 

“Ognuno di noi ha degli ingranaggi…” è l’inizio fecondo di ogni reale lavoro individuale - con profitto, cioè - che la scelta di un partner favorisce, oppure corrompe. La libertà del volo, a parer mio comincia proprio da qui : il mulino delle idee è ‘io’, infatti.

 

 

                                                     Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 21 marzo 2020

 

Conversazione con… Francesco Bertini.

Suonare sull'acqua.

Nella foto di Federico Giussani, Francesco Bertini suona presso la chiesa della Misericordia di Grosseto (GR) il 13 aprile 2019, in occasione del concerto “I talenti musicali della Maremma”/ 6° Festival musicale internazionale di Grosseto, “Recondite Armonie”.

 

 



Ho potuto ascoltare Francesco Bertini a Milano, il 29 novembre 2019 grazie all’Associazione ‘Amici del Loggione del Teatro Alla Scala’ : nel video, condiviso dalla sua pagina Facebook che riprende quel concerto, Francesco Bertini interpreta “Il volo del calabrone” (interludio dell’opera ‘La favola dello zar Saltan’, di Nikolaj Andreevic Rimskij-Korsakov / 1899-1900).

Sarà forse l’essere così prossimo al mare, che per Francesco Bertini – vent’anni appena compiuti, essendo nato a Pisa il 14 gennaio 2000 – è il bel Mar Tirreno, certo è che la musica che ottiene con eccellente virtuosismo dalle sue percussioni richiama fortemente le acque del mare, e le sonorità di un impressionismo musicale limpido e non emotivo.

“Si tratta di ‘percussioni classiche’…”, mi corregge senza saccenteria, “quelle che si studiano al Conservatorio, quando si decide di avvicinarsi a questi strumenti”.
Non ancora compositore di brani, si è accorto però molto presto, da bambino, di un suo talento che negli anni lo ha portato ad interpretare col suo strumento preferito, la ‘marimba’ , una vasta gamma di brani provenienti sia dal repertorio originale per quegli strumenti, sia dal repertorio di ‘musica classica’ scritta in origine per un qualsiasi altro strumento, tipo la chitarra, il violoncello, il violino o persino per il pianoforte.
 
“Il pianoforte è quello più difficile da trascrivere”, ammette Francesco Bertini, “il problema principale è la quantità di note che il pianoforte può suonare simultaneamente (10, ovvero le 10 dita) contro quelle che può suonare la marimba (4 per le 4 bacchette)”

D. Le è mai capitato di sentirsi dare del ‘genio’? Cosa ha pensato ?
F.B. : Beh, devo dire che è capitato spesso.
Ovviamente fa sempre piacere ricevere apprezzamenti di questo tipo - non che gli altri apprezzamenti dispiacciano - però lo trovo un po' eccessivo... Personalmente non mi ritengo affatto un genio, bensì un ragazzo che ha avuto la fortuna di conoscere la propria passione in età abbastanza precoce, all'età di otto anni ricordo, e che ha dedicato tutte le sue energie per far diventare quella passione il proprio obiettivo di vita.
Forse avrò un talento particolare per questo tipo di strumenti, ma sicuramente il merito va anche e soprattutto alle molte ore di studio.

D. A cosa si collega la scelta delle percussioni, e specialmente della marimba che Lei suona così spesso? Ha un suono gradevolissimo.
F.B.: La scelta che ho fatto è collegata al mio primo amore: la batteria. Come ho detto prima, all'età di otto anni iniziai a prendere lezioni di batteria, ma dopo due anni tentai il nuovo indirizzo della scuola di musica che frequentavo, ovvero quello di ‘musica classica’. Di conseguenza, a dieci anni iniziai lo studio delle percussioni orchestrali cominciando dallo ‘xilofono’, per poi passare al ‘vibrafono’ dopo due anni e, infine, alla ‘marimba’ all'età di sedici anni : ovviamente in questo lasso di tempo ho cominciato a studiare anche tutte le altre percussioni.
Da uno studio prettamente orchestrale, negli anni ho capito che la mia vera vocazione è quella del percussionista solista, capace di dimostrare che questi strumenti hanno delle potenzialità solistiche tali che sarebbe uno spreco relegarle al solo repertorio orchestrale, e che invece possono essere elevati a strumenti come il pianoforte o il violino, strumenti solistici per eccellenza, e questa "missione" – se posso chiamarla così - è ciò che più mi appaga : giorno dopo giorno, sono sempre più convinto della scelta, anzi ‘delle scelte’ che ho fatto.
più limpido e raffinato, le zucche vuote sono state sostituite con tubi di acciaio intonati alla medesima frequenza del tasto che lo sovrasta, cosicchè varia anche la loro lunghezza e la forma : basti vedere quelli di una marimba 5 ottave che nella parte dei suoni ‘gravi’ – sono i suoni bassi, ndr - diventano rettangolari. Non ho mai costruito nessuno degli strumenti che suono, perché la loro produzione richiede ormai una tecnica avanzata e quindi servono macchinari che solo le grandi aziende possiedono, ma ci sono anche alcuni passaggi artigianali.

La ‘marimba’ è uno strumento simile allo xilofono originario dall’Africa e poi esportato nelle Americhe, oggi diffuso soprattutto negli U.S.A, e noto per la sua capacità di produrre una sonorità speciale, viva e leggera : anche tecnicamente è stato molto perfezionato perché arriva ad avere 61 o 52 tasti, rispetto ai circa 10 tasti dei primi strumenti.

D. Tecnicamente i suoi strumenti sono prodotti artigianalmente?
F.B.: In origine il suono della marimba era prodotto da tavolette disposte dalla più grave alla più acuta, ma non intonate e poste sopra zucche vuote, come risonatori.
Oggi il principio rimane lo stesso, ma le tavolette sono trattate ed intonate e, per amplificare il suono e ottenere qualcosa di più limpido e raffinato, le zucche vuote sono state sostituite con tubi di acciaio intonati alla medesima frequenza del tasto che lo sovrasta, cosicchè varia anche la loro lunghezza e la forma : basti vedere quelli di una marimba 5 ottave che nella parte dei suoni ‘gravi’ – sono i suoni bassi, ndr - diventano rettangolari. Non ho mai costruito nessuno degli strumenti che suono, perché la loro produzione richiede ormai una tecnica avanzata e quindi servono macchinari che solo le grandi aziende possiedono, ma ci sono anche alcuni passaggi artigianali.

D. Eccellente musicista, ma non solo : Lei ha ottenuto anche ottimi risultati scolastici, con una votazione di 100/100 con lode all’esame di Maturità classica che ha sostenuto nel 2019.
Come affronta il lavoro quotidiano a cui molti, fra i suoi stessi coetanei e non solo, si avvicinano con tempi mediamente lunghi ?
F.B.: Beh, sicuramente non è facile, e non lo è mai stato. Devo dedicare l'intera giornata ad uno studio organizzato al meglio e sacrificare cose che sicuramente fanno piacere - perlomeno alla mia età - ma che, secondo me, non portano giovamento... La cosa più importante rimane quella di avere un obiettivo ben chiaro nella mente e lottare con ogni mezzo per raggiungerlo.
La passione e la volontà per ottenerlo fanno sì che i piccoli sacrifici di cui parlavo e le molte ore dedicate allo studio non gravino sulla quotidianità e non creino, quindi, un peso.

D. Suonare, quindi che cosa è per Lei ?
F.B.: …Scopro un altro pezzo di me stesso, non so dirlo altrimenti.

E con questa conclusione, che suona promettente prospettiva come già fu per Cristoforo Colombo, eccellente italiano scopritore di nuovi mondi, ci congratuliamo con Francesco Bertini, augurandogli  il meglio per la sua stessa professione.                                                                                                   

Cenni biografici e principali traguardi professionali.
Dopo la scoperta della batteria a otto anni e, due anni dopo, l’inizio di un vero percorso di studi sulle percussioni, nel 2014 Francesco Bertini si iscrive al Liceo Musicale del Polo Bianciardi di Grosseto : nella primavera del 2015 partecipa, come solista con lo xilofono, a tre concorsi nazionali ed internazionali (Concorso Nazionale Città di Scandicci, Concorso Internazionale Città di Tarquinia e Concorso Internazionale a Narni) ottenendo il primo premio a tutti. Il Liceo che frequenta, lo invita a partecipare al Festival Internazionale di Scansano per un’esibizione in rappresentanza dell’Istituto. Ancora nel 2015 partecipa alla selezione per la “Orchestra Studentesca Regione Toscana” della Re.Mu.To., entrando a far parte dei percussionisti di quella formazione, evento che si ripeterà nel 2016 e nel 2017.

Nel 2016 :
1. Riceve un riconoscimento da parte del Comune di Campiglia Marittima per la sua attività nell’ambito musicale, riconoscimento che gli sarà rilasciato anche l’anno successivo.
2. Al Festival Internazionale di Scansano riceve il riconoscimento come uno dei cinque migliori giovani musicisti della Toscana.
3. Partecipa a quattro Concorsi Nazionali ed Internazionali (Concorso Nazionale Città di Scandicci, Concorso Internazionale Città di Tarquinia, Concorso Nazionale Città di Vinci e Concorso Nazionale Città di San Vincenzo) sempre solista con lo xilofono, vincendo il primo premio a tutti e quattro.
4. E’ chiamato dalla “Arcadia Wind Orchestra” a suonare i timpani e partecipa a due concerti nello stesso anno e tre in quello successivo (2017).
5. In occasione del concerto di Natale 2016, la Filarmonica della città di Grosseto lo invita a partecipare come solista con lo xilofono (concerto poi trasmesso su rete televisiva regionale).

Nel 2017 :
1. Forma un duo pianoforte e xilofono e partecipa a sei concorsi nazionali e internazionali (Concorso Nazionale Città di Piombino, Concorso Internazionale città di Tarquinia, Concorso Nazionale Città di Sinalunga, Concorso Nazionale Città di Vinci, Concorso Nazionale Città di San Vincenzo ed infine Concorso Internazionale (a livello mondiale) a Narni in occasione del Festival “Narnia Arts Academy”) vincendo il primo premio a tutti e sei, fra i quali tre primi premi assoluti con relativa borsa di studio (Vinci, San Vincenzo e Narni) e un premio della critica a Tarquinia.
2. Il 6 ottobre tiene il suo primo concerto come solista all’interno della stagione concertistica “Ferruccio Busoni” nella Sala Vanni a Firenze suonando xilofono, marimba e vibrano.
3. Inizia anche gli studi presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “P. Mascagni” con il maestro Jonathan Faralli.
4. In dicembre : suona all'interno dell'Orchestra Sinfonica di Grosseto e nel Coro Lirico della Versilia e canta all'interno della Sala d'Oro del teatro Musikverein di Vienna; successivamente tiene, nel castello Aldobrandesco di Manciano un altro concerto solista per l'apertura del festival internazionale musicale "Morellino Classica" con xilofono, marimba e vibrafono.

Nel 2018 :
1. In gennaio viene nuovamente premiato dal Comune di Campiglia Marittima per i numerosi concerti tenuti e gli ottimi risultati.
2. In marzo viene invitato ad inaugurare, con marimba e vibrafono solisti, il festival musicale internazionale “Recondite Armonie" a Grosseto.
3. Il 7 e il 15 aprile è chiamato a suonare nell'organico dell'Orchestra sinfonica “Città di Grosseto” per suonare la sinfonia n. 9 di Ludwig van Beethoven, rispettivamente all'interno della basilica di “Santa Maria in Aracoeli" a Roma e al teatro “Moderno" di Grosseto; partecipa poi al Concorso musicale internazionale “Città di Scandicci" ottenendo il 1° premio.
4. In maggio è chiamato a suonare, rispettivamente solista e in duo, prima a Firenzuola poi a Bibbona; partecipa al Concorso nazionale “Città di San Vincenzo” ottenendo il 1° premio.
5. Partecipa e supera l’audizione per la “Vivace Youth Symphonic Orchestra" di Grosseto, entrando, così, a farne parte come timpanista e percussionista.
6. Giugno, luglio e agosto : partecipa come solista e col duo a Campagnatico; vince il 1° premio assoluto al Concorso internazionale "Narnia Arts Academy – Olimpiadi della Musica"; suona a Roselle, Pescara e Perugia la "Madama Butterfly" di Giacomo Puccini, con la "Orchestra sinfonica Città di Grosseto".
7. In settembre : si iscrive al 1°anno del triennio accademico dell'indirizzo "Strumenti a percussione", sempre presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “P. Mascagni”; partecipa alla Masterclass dei maestri Jonathan Faralli e Christian Hamouy sul repertorio moderno e specificamente sui brani eseguiti da “Les percussions de Strasbourg”, gruppo del quale fanno parte entrambi i maestri.
8. In novembre partecipa come timpanista nella produzione, ad opera della Filarmonica “G. Pozzi" di Santa Fiora, dell’Opera “La Traviata” di Giuseppe Verdi.
9. In dicembre torna sul palco del ‘Musikverein’ di Vienna con l'Orchestra sinfonica Città di Lucca diretta dal maestro Andrea Colombini e la corale lirica della Versilia.

Nel 2019 :
1. In gennaio partecipa come allievo effettivo alla Masterclass di percussioni del maestro Simone Rubino presso la Scuola di musica di Fiesole.
2. Partecipa al Concorso Musicale Internazionale “Città di Tarquinia" e ottiene il 1°premio, il premio per la migliore esecuzione originale (3 assegnati su 1370 partecipanti), il premio della critica dell'Istituto Sacconi di Tarquinia (1 assegnato su 1370 partecipanti).
3. Da aprile è il timpanista della nuova “Orchestra Giovanile Toscana".
4. In giugno è chiamato a suonare in un concerto solistico nella stagione concertistica organizzata dalla pro-loco di Campagnatico, concerto che ripeterà il 1° agosto, quando è invitato a tenere anche un concerto privato in Villa a Magliano in Toscana (GR), presenti critici musicali e personaggi dello spettacolo.
5. In luglio ed agosto partecipa alla produzione in 3 repliche di “Turandot” e “Bohème” di Giacomo Puccini presso il “Gran Teatro Giacomo Puccini” di Torre del Lago nell’organico dell’Orchestra del Teatro stesso; è impegnato con l’orchestra “Vivace Youth Orchestra” di Grosseto per un concerto all’interno del Cassero Senese di Grosseto.
6. In settembre è chiamato a partecipare al Galà lirico dell’Orchestra “Città di Lucca” con il coro lirico della Versilia; è in concerto in duo con Niccolò Governi (pianoforte) presso l’Aula Magna del Liceo musical di Grosseto nella stagione concertistica dell’associazione “A.Gi.Mus.”.
7. In ottobre partecipa ad una produzione con la “Vivace Youth Orchestra” di Grosseto.
8. In novembre è invitato a tenere un concerto solista a Milano presso la sala dell’Associazione “Amici del Loggione del Scala di Milano”.
9. In dicembre partecipa a 2 produzioni con la “Arcadia Wind Orchestra” nel ruolo di timpanista; è invitato a suonare in un evento del Club Lions “Grosseto Host”.
Nel 2020:
1. Il 2 gennaio è chiamato a suonare nell’organico della “S Clarinet Orchestra”, Orchestra di clarinetti di Tokyo.
2. Il 27 gennaio, in occasione della “Giornata della Memoria” ha suonato con “Vivace Youth Orchestra” di Grosseto, in collaborazione col Liceo musicale e presso l’Aula Magna del Liceo, realizzando la messa in scena dell’Operetta in due atti “Brundibàr” del compositore ebreo Hans Kràsa, che la scrisse e mise in scena nel 1943 nel Campo di concentramento di Theresienstadt, presenti i bambini internati nel Campo.



Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 21 febbraio 2020                                                                                       

Soluzioni costruttive.

Un intervento di Marco Ruffilli a Milano, 9 novembre 2019

Nella foto, particolare del glkhatun (XIII secolo d.C.) nel Monastero dei Santi Apostoli (Surb Arakelots Vank) presso Kirants (provincia del Tavush, nord dell'Armenia).

 

 

Un intervento di Marco Ruffilli[1] a Milano, nel corso dell’annuale (XXIII) Seminario Armenistico Italiano dell’Associazione Culturale Padus-Araxes (MIlano, 9 novembre 2019).

 

 

Circondati come spesso siamo dai ‘già detto’, non facilmente riconosciamo l’inedito, reale novità.

Non solo una singolarità dell’architettura medioevale, e oltre, ha presentato Marco Ruffilli lo scorso 9 novembre a Milano[2], nel suo ricco intervento: perché lavorando sui testi e i documenti prodotti da Giulio Ieni[3], studioso colto e poliedrico che si rammarica di non aver potuto conoscere di persona, Marco Ruffilli ha individuato un tema significativo, tuttora in parte trascurato che riguarda il glkhatun armeno (o darbazi georgiano), “caratteristica soluzione di copertura di un vano quadrato […] risolta mediante un sistema di lastre in pietra o, assai più spesso, di tavole lignee e travi che, sovrapposte sfalsate con un progressivo aggetto, disposte in parallelo o ruotate ad angolo di 45°, riducono la luce d’imposta attraverso orizzontamenti successivi, restringendola gradualmente verso l’alto”[4].

Una soluzione escogitata dalle maestranze balcaniche e transcaucasiche, rinomate per la loro competenza nel costruire, ma “rarissima nel mondo bizantino” e che perciò “sconta una fama periferica e popolare”, ha spiegato Ruffilli.

“Intendiamo soffermarci in questa sede [...] su qualche [...] esempio balcanico mal conosciuto – insiste Giulio Ieni – e che pure presenta coperture siffatte: la chiesa di Agios Theodosios [XII sec.] presso Panariti in Argolide, Grecia, quella di Shën Gjrgji [XVI-XVII sec] a Dema in Albania, e la singolare cucina  (magernica) [ante XIX sec.] del monastero di Rila, nella Bulgaria occidentale”[5].

Continua Ieni: “Si tratta di una soluzione ingegnosa che risponde appieno all’esigenza funzionale contingente con un rigore geometrico e un’eleganza formale del tutto esemplari.

Anche in questo caso [delle cucine, n.d.A.], tuttavia, non è chiaro quale potesse essere il prototipo d’origine, dal quale doveva derivare una configurazione generale tanto evoluta e, pur sempre, isolata nella produzione architettonica locale. Non certamente dall’antica tradizione tracia, che dobbiamo anzi considerare obiettivamente perduta con le invasioni slave e proto-bulgare nella penisola balcanica; non dalla tradizione bizantina od ottomana, in cui ambienti similari venivano solitamente coperti mediante una calotta sferica o una volta conica provviste di uno sfiatatoio in chiave; forse dalla pratica costruttiva moldo-valacca che ricorreva talora a realizzazioni analoghe, seppure più modeste, come nel caso della cucina del monastero di Văcăreşti a Bucarest, XVII-XVIII secolo […]”[6].

“Donde provenga un simile procedimento tecnico, del tutto eccezionale in ambito bizantino, ove era invece generalizzato il ricorso ai pennacchi sferici per ogni possibile raccordo fra quadrato di base e cerchio d’imposta, non è affatto semplice, al momento, definire con esattezza”[7].

D’altra parte l’oggetto architettonico non occupa solo il posto di soluzione contingente ma anche di prototipo per ideazioni future[8]: il lavoro umano, traducendo la realtà in ‘reale’, rendendola cioè fruibile, si fa oggetto che può essere osservato soppesato superato. È "il tema – spiega Ruffilli – dell'architettura ‘raffigurata’, che Ieni affronta considerando sia la presenza del modello della chiesa all’interno della scena votiva [...], in una dimensione dunque meta-artistica (arte che raffigura altra arte), sia la funzione pratica del modello nella prospettiva dell’artefice”.

In un articolo recente, Ruffilli ha esaminato le origini critico-filosofiche della metafora del cristallo utilizzata da Cesare Brandi per illustrare l'architettura armena[9]. Brandi ribadisce nel 1968 la relazione storica tra architettura europea medioevale e architettura armena − da altri in quegli anni ridimensionata − sulla base “di un rapporto, che anche storicamente ci fu all’epoca delle Crociate, quando l’Armenia era l’unico stato cristiano che sovvenisse ai crociati”[10].

“La metafora [...] del cristallo [...] rende ragione della particolare volumetria delle chiese armene […] e sicuramente possiede un pregio evocativo tale da richiamare subito l’accuratezza della struttura e la perfezione delle forme”[11]. Brandi vi ravvisa un'astrazione alla quale del resto, nella teoria dell'arte, già Wilhelm Worringer aveva attribuito "il compito primario di rappacificare l’uomo con la natura, facendosi criterio d’ordine, di sistemazione nello spazio, tale da non lasciare margini d’inquietudine”[12].

Allo stesso modo, per indicare la densità delle questioni che pone il khatchkar – la tradizionale stele con la croce scolpita, diffusa nei territori tradizionalmente abitati dagli Armeni e talvolta installata anche in diaspora[13] – Giulio Ieni afferma che “bisogna ricorrere ai parametri del pensiero arcaico che contraddistinguono perennemente vaste zone dell’umano”[14].

Ed è qui, a mio avviso che lo studioso attinge ragionevolmente all'esperienza onirica neonatale, quella che fonda i costrutti mentali delle età successive e i pensieri strutturati dal linguaggio : secondo sentieri trascurati dall’inconscio e sfuggiti al consapevole, ma non imperscrutabili perché presenti e fruibili nella meta che offrono.

 

Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 8 febbraio 2020

 

 

[1] Marco Ruffilli è laureato in Lettere Classiche all'Università degli Studi di Milano e in Lingue e Culture del Mediterraneo e del Medio Oriente all'Università Ca' Foscari di Venezia. Svolge un dottorato di ricerca all'Università di Ginevra e ha ideato il Seminario sull'Arte Armena che ha luogo ogni anno accademico presso l'Università Ca' Foscari.

[2] Nel corso dell’annuale (XXIII) Seminario Armenistico Italiano dell’Associazione Culturale Padus-Araxes.                                  

[3] Giulio Ieni (1943-2003), archeologo, storico dell'arte e dell'architettura, ha dedicato i suoi studi soprattutto al mondo bizantino, balcanico, armeno e georgiano, oltre che ad alcuni complessi monumentali del Monferrato.

[4] G. Ieni, Alcune soluzioni costruttive fra Armenia e Regione Balcanica, "Bazmavep. Revue d'études arméniennes" 3-4 (1981), pp. 412-423, poi in Giulio Ieni (1943-2003). Il senso dell'architettura e la maestria della parola, a c. di C. Devoti, A. Perin, C. Solarino, C.E. Spantigati, Edizioni dell'Orso, Alessandria 2015 (Fuori Collana, 149), pp. 65-73: p. 65.

[5] Ivi, p. 70.

[6] Ivi, p. 72.

[7] Ivi, p. 71.

[8] G. Ieni, La rappresentazione dell’oggetto architettonico nell’arte medievale, con riferimento particolare ai modelli di architettura caucasici, in Atti del I Simposio di Arte Armena (Bergamo, 28-30 giugno 1975), a c. di G. Ieni & B.L. Zekiyan, Tipografia Armena di San Lazzaro, Venezia 1978, pp. 247-264.

[9] M. Ruffilli, Una fortunata metafora di Cesare Brandi: le «chiese di cristallo» degli Armeni, “Venezia Arti” 27 (2018), pp. 131-139.

[10] C. Brandi, Una mostra di architettura medioevale a Roma. Le chiese di cristallo. Gli edifici armeni costruiti intorno al decimo secolo presentano assonanze con l’edilizia sacra romanica e gotica – Un catalogo che stimola le polemiche,  "Corriere della Sera", 5 luglio 1968, p. 3. È la recensione che Brandi fece della mostra fotografica di edifici armeni (Roma, 10-30 giugno 1968), allestita per documentare i risultati della missione in Armenia dell'Università La Sapienza.

[11] Ruffilli, Una fortunata metafora di Cesare Brandi..., cit., p. 132.

[12] Ivi, p. 134.

[13] Così anche a Milano, in piazza Sant'Ambrogio. Queste stele sono un vero simbolo dell'identità armena, a tal punto che quelle del cimitero di Giulfa, nell'exclave azera del Nakhicevan, sono state oggetto, per ordine delle autorità dell'Azerbaigian, di una distruzione sistematica tra il 1998 e il 2005.

[14] G. Ieni, "L’arte dei Khatchkar", introd. a Id., Khatchkar: croci di pietra armene/Armenian Cross-Stones/Croix en pierre arméniennes, cat. della mostra, s.n., Venezia 1981, ora in Giulio Ieni (1943-2003)..., cit., pp. 75-83: p. 81.

 

Renè Magritte[1] : une belle difference.

Renè Magritte (1899 Lessines / Belgio, 1966 Bruxelles) fu uno dei maggiori rappresentanti del ‘surrealismo‘ in pittura, movimento fondato da Andrè Breton che fu anche suo appassionato collezionista. 

 

 

 

“Ecco Popaul, mio fratello che è un imbecille perchè non gliene importa nulla di nessuno, e Raymond che è anche peggio; questo è mio padre e quella, la governante, è la sua amante e questo è un figlio bastardo...“[2] 

Magritte ha diciannove anni quando con un amico si presenta a pranzo dal padre, apostrofando i presenti con insolenza : era ancora lo stesso Renè, però quattordicenne che si aggirava tutti pomeriggi al cimitero appena dopo il suicidio della madre Règina ? A novembre si sarebbe iscritto al liceo di Charleroi, ma pochissime sono le notizie di quegli anni su cui Magritte stesso evitava di  parlare, così come delle sue opere che si rifiutava di giustificare al pubblico. 

Nel 1916 incontra Georgette che sposerà nel 1921, finito il servizio militare e che sarà sua amata compagna per tutta la vita : la loro casa a Bruxelles divenne la sede del movimento surrealista in Belgio e dei sabato sera trascorsi a ballare nelle feste in maschera con gli amici restano alcuni video casalinghi in cui Magritte sorride, finalmente riposato.[3] 

Nel 1923, quando già esponeva quadri, resta profondamente colpito dal “Canto d’amore“ dipinto nel 1914 da Giorgio De Chirico che Magritte vede al MOMA di New York e che, solo nel 1938 commenterà nei suoi “Ecrìts“ : “Questa poesia trionfante ha sostituito l’effetto stereotipato della pittura tradizionale. E‘ una completa rottura con le abitudini mentali proprie degli artisti prigionieri del talento, del virtuosismo e di tutte le piccole specialità estetiche. E‘ una visione nuova nella quale lo spettatore ritrova il suo isolamento e ode il silenzio del mondo.“ 

Di questa novità che non lo fa dipendere da uno ‘stile‘ sebbene venga considerato uno dei maggiori rappresentanti del ‘surrealismo‘[4], il primo quadro di Magritte è “La finestra“ (1925) seguiti : da “Il doppio segreto“ (1927), “Tentativo impossibile“ (1928), “La risposta imprevista“ (1933), per citarne solo alcuni che segnarono il suo lavoro.

Ma le astruse regole dei surrealisti, che ruotavano attorno ad una religiosa sequela del fondatore Brèton e che già avevano provocato al gruppo scismi e divisioni, allontanarono Magritte e la moglie che nel 1929 tornarono in Belgio, anche per ragioni economiche da Parigi dove per alcuni anni si erano stabiliti.

Nel 1934 lo stesso Brèton, forse preoccupato da una rottura con chi godeva già di un discreto successo, propose a Magritte di preparare la copertina per “Qu’est-ce que le Surrèalisme ?“ con la conferenza tenuta da Breton. E Magritte presentò a Brèton “Le viol“ (1934) con queste parole : “Spero che questo progetto di copertina vi piacerà; credo anche che sia eccellente da un punto di vista pubblicitario.“ 

Ironico e distante come solo l’onirico può, persino nella denuncia più feroce, in “Le viol“ Magritte bruscamente si arresta, calandosi nella parte a lui odiosa del sadico. Attraverso questo quadro dolorosissimo egli arriva, poco alla volta a ricostruire una responsabilità insospettata di Règina e del suo suicidio, di cui fin da quel lontanissimo 1912 Magritte si era ritenuto irragionevolmente  imputato, intorno a lui il silenzio greve ed ostinato di quanti sul gesto terribile di Règina non avevano voluto tornare, parlare, sciogliere. 

Magritte affronta in questo quadro, che ripeterà solo una volta e con maggior chiarezza nel 1945, un tema a lui nuovo, quello della difesa del corpo : e dovrà, con molta sofferenza ammettere che Règina, pur di mantenere il candore ingenuo dell‘ “anima bella“ aveva scelto di rinunciare a difendersi e, tacendo a rivolgere contro sè stessa le gravi responsabilità di altri. 

La ‘non‘ innocenza di Règina, e di ogni donna ingenua ma nello stesso tempo rigida nella sua ingenuità, allontana definitivamente Magritte dalla donna che ‘era stata‘ anche sua madre. 

E‘ un tema, quello della difesa del corpo femminile a cui l’arte ha dedicato moltissimo lavoro : il pittore rinascimentale Giorgione, affidando con una capacità davvero surreale la difesa della donna al partner maschile richiama ne “La tempesta“ (1502-1503) “Il tentativo impossibile“ (1928) di Magritte. 

E‘ la donna, secondo Magritte, che anzitutto rinuncia alla difesa offrendo l’ingenuità, persino solo virtualmente, di un nudo che le sarà fatale proprio nell’ostentare una ‘bella‘ in-differenza, cioè ‘nessuna-differenza‘, all’altro. 

La critica di Magritte, individuale forte e socialmente condivisibile, alla nevrosi si rende funzionale, da questa  sua prospettiva assolutamente nuova alla rinuncia al rapporto, ed a una partnership con l’altro quando la partnership sia affidata esclusivamente ad una funzionalità fallica, astratta ed imperativa e quindi ad una vigorosa resistenza ad imputare le offese. 

La seduzione ingenua, che nel successivo lavoro del 1945 viene accentuata dalla morbidità di un corpo femminile che si sovrappone alla indisponibilità del suo sguardo passa, nella ricostruzione di Magritte, attraverso la inespressività di un oggetto-che-non-imputa-nulla e che può quindi farsi immediatamente consumabile. Un tema, quello della ‘seducente indisponibilità‘ che trova, e tuttora nell’arte il suo pubblico di appassionati  : si pensi alle inquietanti muse dei ‘Preraffaelliti‘[5]

Quella capacità così frequente in Magritte di trasformare il grottesco dei ‘perchè‘ a cui egli non poteva rispondere nella leggerezza di un sospeso che rendesse ancora possibile trovare soluzioni manca quindi del tutto, e comprensibilmente in “Le viol“: ed il vuoto, in questo quadro ha un posto preciso dal quale segna lo spettatore.

 

                                                                                           Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 9 gennaio 2020

 

 

 

[1] Renè Magritte (1898, Lessines (Belgio) – 1967, Bruxelles)

[2] “Renè Magritte. Catalogue raisonnè”, a cura di D. Sylvester e S. Whitefield, 5voll.; “Magritte”, a cura di D. Sylvester – Torino 1992; “R. Magritte. Ecrìts complets”, a cura di A. Blavier – Parigi 1979.

[3] Video presentati in occasione della mostra organizzata a Lugano dal MASI, 16 settembre 2018 – 6 gennaio 2019 “La ligne de vie“, titolo di una rara conferenza che Magritte tenne al Musèe Royal des Beaux-Arts d’Anverse (Belgio) in omaggio ai surrealisti ma parlando della propria opera.

[4] Il‘Surrealismo’ nacque in Francia negli anni ’20 come movimento d’avanguardia ed ispirò non solo la pittura ma anche la letteratura ed il cinema : tuttavia in Magritte non vi è quell‘automatismo psichico’ con cui i surrealisti indicavano l’inconscio.

[5] I tre maggiori pittori preraffaelliti furono : John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Hunt. La Confraternita nacque, si sviluppò e si esaurì nella sola Gran Bretagna.

 

Robert Doisneau, chasseur d’images.

Ciò che l’occhio non aveva ancora colto, ma che fa ‘catturare l’immagine’/ Riferim. illustraz: 0_5419075_125008.jpg

 

 

 

“Mi sento euforico ad osservare… fino a non poterne più”.[1]

 “Si arriva in un luogo, mi piace, c’è qualcosa… c’è un attimo decisivo in cui tutto è in armonia, fra le cose intorno… Poi le persone si mettono nella foto e click, è fatta!

E’ molto stressante, quando scatto l’immagine, perché : la perderò ? …no, è bella!” 

Allontanatosi giovanissimo dalla famiglia e dalla periferia, che “…odiavo fino a desiderare di distruggerla…” ricorda Doisneau, a ventidue anni incontra Pierret e decidono di sposarsi subito : Robert lavora portando con sè la moglie e presto le due figlie, Annette e Francine e poi cognati, amici come una movimentata tribù da cui non si separerà mai.

Sono gli anni, fra il 1934 ed il 1938, del suo lavoro come operaio in ‘Renault’.

“ ‘Renault’ non ha alcun senso dell’umorismo – commenta Robert a proposito del datore di lavoro – e riesce a governare solo incutendo terrore…” I servizi fotografici nella fabbrica ‘Renault’ e soprattutto le critiche al ‘sistema’, le frequenti assenze per correre in laboratorio a sviluppare le pellicole non piacciono a Monsieur Renault ed arriva il licenziamento. Doisneau comincia però a prendere sul serio la ‘fotografia’ e dai servizi occasionali venduti ai giornali arriva a procurarsi incarichi più duraturi. 

E’ già il tempo della propaganda nazista, e poi di quella che Doisneau chiama la “fottuta guerra…” E lavora con un socio, Paul Baravet detto Babà che gira Parigi in bicicletta per portare le foto ai clienti e che, con la sua aria innocente riesce a salvare tantissimi dalla deportazione e dai campi di concentramento. Robert si rifiuterà sempre di fotografare l’indicibile, anche nelle sue foto più dure prevale l’aspetto leggero della vita.

C’è “…molta povertà dappertutto e vita amara a Parigi, ma si può pensare che la gente sa divertirsi”, commenta tornando a fotografare la periferia, e ne osserva attentamente le dimensioni, i nuovi colori.

“Per scusarsi, hanno colorato…”, dice senza mai essere caustico. 

L’occhio non raccoglie subito ciò che fa ‘catturare l’immagine’ : è solo dopo, in laboratorio sviluppando la pellicola, che ‘quel’ particolare che lo scatto aveva raccolto prima di averlo registrato, finalmente si rende evidente. E Robert se ne rende conto confrontando il risultato con ciò che non ricordava di aver visto.

Più tardi, quando nascerà la ‘Fotografia umanista[2]’ che è già una concezione di vita e della quotidianità e non invece regole prestabilite, Doisneau nominerà per la prima volta l’ ‘inconscio ottico’ che ben orienta verso quel ‘prendere’ dell’occhio che ‘cattura’ e che infatti è secondario al ‘contatto’ riservato alla pelle. 

“Negli Stati Uniti la gente balla tenendosi ad una certa distanza…”, osserva Robert e sembra divertito durante il suo soggiorno negli anni ’80, quando già lavora per il settimanale ‘Life’.

Sono gli anni in cui, proprio negli Stati Uniti nasce il mercato della fotografia :  Doisneau presenta un proprio portfolio, curato da Monah Gettner, attrice presente nel film-documentario “Robert Doisneau, le rèvolte du merveilleux”.

Ed inaspettatamente il lavoro di Doisneau verrà raccolto dai maggiori fotografi americani che sapranno rendersi i migliori interpreti di questa nuova arte.   

“Tu scatti – diceva Robert Doisneau – e fa già parte del passato”. 

     

                                                 Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 29 novembre 2019 

 

 

 

[1] La citazione, come le successive di questo editoriale è tratta da “Le rèvolte du merveilleux” (2016) – in italiano “La lente delle meraviglie” - film-documentario di Clementine Deroudille e con, oltre Clementine Deroudille, Eric Caravaca, Sabine Azèma, Quentin Bajac, Jean Claude Carriere.

[2] La ‘Fotografia umanista’ nasce negli anni ’30 con Henry Cartier-Bresson (1908-2004) : “l’oggetto della foto è l’uomo, l’uomo e la sua vita così breve, così fragile, così minacciata…” Diventa però un fenomeno sociale e pubblico solo nel 1950, appena finita la 2° Guerra mondiale con “Le Baiser de l’Hotel de Ville” di Robert Doisneau, pubblicata senza rumore sul settimanale statunitense “Life”, a cui Doisneau già collabora : proprio questa fotografia anzi, diventerà il Manifesto di una nuova tendenza. Doisneau acquisterà fama presso il grande pubblico con la Mostra realizzata a New York nel 1955, “The Family of Man” e curata da Edward Steichen.

 

Stephen Hawking [1] : io, tu e l'universo.

Nella illustrazione, Stephen Hawking durante una esercitazione in assenza di gravità nel 2007 presso lo 'Shuttle Landing Facility', NASA – Aereoporto 'J.F.Kennedy Space Center' (Florida).

 

 

 

 

 

"Ho avuto la sclerosi laterale amiotrofica praticamente per tutta la mia vita adulta; eppure essa non mi ha impedito di avere una famiglia fantastica e di avere successo nel mio lavoro, grazie all'aiuto che ho ricevuto da mia moglie, dai miei figli e da un gran numero di altre persone ed organizzazioni.

Non mi considero escluso da una vita normale... non mi sento un handicappato, ma penso di essere affetto solo da certe malfunzioni dei miei motoneuroni, un po' come se fossi daltonico. Penso che sia difficile descrivere la mia vita come normale, ma io mi sento normale..."[2] 

La pubblicazione nel 1988 del suo "Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo" rimase in vetta alla classifica dei libri più venduti per 237 settimane, come fu riportato anche dal 'Sunday Times' di Londra : ciò sorprese specialmente Stephen Hawking, e non solo perchè l'argomento del libro era la sua stessa passione scientifica. 

"Lo spazio-tempo era un argomento che mi incuriosiva, pensavo si trattasse di un 'Fantasy'[3] e così ho aperto subito quel capitolo : ma cominciando a leggere, mi sono accorta che Hawking – al contrario di alcuni commenti che lo descrivevano un tipo rigoroso, accademico - chiedeva invece di osservare fenomeni reali che anch'io conoscevo, usando competenze iniziali abbastanza vicine alle mie... Suggeriva anche un po' di flessibilità nel pensare lo spazio-tempo, per esempio un tessuto su cui lavorare... Penso di poterne consigliare la lettura un po' a tutti, per la sua capacità di spiegare con chiarezza informazioni scientifiche complesse nel contesto storico, ma anche contemporaneo, con esempi interessanti e per punti, cioè schematicamente..."[4] 

"L'immaginazione è un lavoro – osserva Hawking - che si confronta con l'osservazione, per esempio della 'regolarità' di un evento... Osservando le eclissi di luna, Aristotele capì la interposizione di sole e luna...[5]

La scrittura permetteva di rilevare dati che altrimenti sarebbero stati dimenticati : i primi scienziati cominciarono a scrivere per poter registrare lo spostamento delle luci nel cielo.

Inoltre, avanzando delle ipotesi per esempio sulla esistenza di una forza di attrazione fra i pianeti, il lavoro di alcuni scienziati si presentava una eredità affidabile a cui appoggiarsi : Hawking scopre così che il suo spontaneo narcisismo sarebbe invece un ostacolo al successo scientifico che arriva già a sperimentare. 

"Questo sintetizzatore vocale[6] è di gran lunga il migliore che abbia udito, perchè permette di variare l'intonazione e non parla come un robot. L'unica cosa sgradevole è che mi dà un accento americano. Ora, comunque mi sono identificato con questa voce, e non vorrei cambiarla neppure se mi venisse offerta una voce dalla cadenza britannica. Mi sentirei come un'altra persona... Il mio figlio più piccolo che, quando subii la tracheotomia aveva solo sei anni, non riusciva mai a capirmi. Ora non ha nessuna difficoltà. Questa è una cosa molto importante per me...

Nel mio lavoro trovo che sia un grande aiuto il descrivere ad altri le mie idee. Anche se non mi danno dei suggerimenti, il semplice fatto di dover organizzare i miei pensieri in modo da poterli spiegare ad altri mi conduce spesso a nuovi passi avanti... La fisica è bellissima, ma è del tutto fredda, non potrei sopportare la mia vita se avessi solo la fisica..."[7] 

"...Semplice nel modo di fare, penso che Hawking anche per questo riuscisse a sorprendere chi si aspettava da lui uno scienziato difficile...", aggiunge Michela Membretti. 

"Voglio solo avere sulla mia vita lo stesso grado di controllo che altre persone hanno sulla propria... Troppo spesso accade che le persone disabili debbano lasciare che la propria vita venga governata da altri. Nessuna persona sana lo permetterebbe."[8] 

"Da un'atteggiamento inizialmente religioso degli uomini primitivi che non osavano guardare il cielo, Hawking segnala una graduale confidenza dei primi scienziati : si accorgevano che il sole sorgeva comunque ogni giorno, indipendentemente da riti o sacrifici, e questo aumentava la fiducia nella propria attività di studio e di osservazione... ", commenta Michela Membretti.

"Hawking scrive in modo semplice, chiaro, equilibrato : eppure è evidente la sua simpatia per Galileo Galilei il quale, nonostante i risultati scientifici di cui era certo, obbedì alla Chiesa che gli chiedeva di interrompere gli esperimenti. Ma anzitutto Hawking esprime simpatia per Albert Einstein, di cui si ritiene un po' erede perchè nel 1935 Einstein avanzò, insieme a Nathan Rosen la ipotesi dei tunnel spazio-temporali, precorritrice della scoperta dei 'buchi neri' e della successiva 'radiazione di Stephen Hawking'". 

"Oggi sappiamo che la relatività generale e la meccanica quantistica sono in contraddizione fra loro... "[9]

"Chiunque legga romanzi di fantascienza sa che cosa succede a chi va a finire in un buco nero : si viene trasformati in polpette. Ma la cosa più interessante è che i buchi neri non sono completamente neri. Essi emettono particelle e radiazioni ad un ritmo costante. In conseguenza di quest'emissione un buco nero evapora lentamente, ma non si sa ancora che cosa accada infine ad esso e a ciò che contiene..."[10]

"La storia passata non può essere cambiata e storie alternative non sono possibili... Le leggi della fisica impediscono che corpi macroscopici portino informazioni nel passato... Lo studio della gravità e dell'universo primordiale sono la strada migliore verso la possibilità di una teoria unificata..."[11]

"Tutto ciò che la mia opera ha dimostrato è che non si deve dire che il modo in cui l'universo ha avuto inizio sia stato un capriccio personale di Dio..."[12] 

La pedagogia, insomma che tenta di spiegare ciò che non sarebbe evidente non è servita a Dio.

 

 

                                                            Marina Bilotta Membretti, Cernusco sul Naviglio 11 luglio 2019

 

 

 

[1]Stephen Hawking  (1942-2018) è stato un cosmologo, fisico, matematico, astrofisico ed accademico britannico fra i più autorevoli e conosciuti, noto per i suoi studi sui buchi neri e sull'origine dell'universo. Suoi principali contributi sono stati la 'radiazione di Hawking', la teoria cosmologica denominata 'stato di Hartle-Hawking', 'il multiverso', la 'inflazione cosmica', la 'formazione ed evoluzione galattica'.

[2]Stephen Hawking, "Buchi neri ed universi neonati", 1993 - Ed. Rizzoli BUR, tratto dall'Intervista 25 dicembre 1992 / BBC per il programma 'Desert Island Discs'.

[3]'Fantasy' è un genere ampio in letteratura con intrecci variegati fra realtà e fantasia; include anche autori ormai considerati classici, come J.R.R Tolkien de 'Il signore degli anelli'.

[4]Michela Membretti è laureata in Farmacia e lavora in azienda : da un suo suggerimento a leggere Hawking è nato questo articolo.

[5]Tratto da "La grande storia del tempo", Stephen Hawking con Leonard Mlodinow – Ed. Rizzoli 2005

[6]'Sintesi vocale' è una tecnica per la riproduzione artificiale della voce umana : un sintetizzatore vocale può essere realizzato tramite software o via hardware.

[7]Tratto dalla Intervista 25 dicembre 1992 / BBC, programma 'Desert Island Discs', citata.

[8]Tratto dalla Intervista 25 dicembre 1992 / BBC, programma 'Desert Island Discs', citata.

[9]Tratto da "La grande storia del tempo", Stephen Hawking con Leonard Mlodinow – Ed. Rizzoli 2005.

[10]Tratto dalla Intervista 25 dicembre 1992 / BBC, programma 'Desert Island Discs', citata.

[11]Tratto da "La grande storia del tempo", Stephen Hawking con Leonard Mlodinow – Ed. Rizzoli 2005.

[12]Tratto dalla Intervista 25 dicembre 1992 / BBC, programma 'Desert Island Discs', citata.